In fisica, i sistemi sono conservatori: continuano a fare quello che stanno facendo. Per cambiare le cose, hanno bisogno di nuova energia.
Questa energia non è facile trovarla, soprattutto se continuiamo a fare come i sistemi in fisica, rimanendo ancorati a idee, prassi e progetti che guardano al passato invece che all'oggi e al domani. Immaginare una città diversa, renderla realizzabile, raccontarla agli abitanti, far loro desiderare la trasformazione dello stato di cose presente per migliorare la qualità della vita: è da qui che bisogna partire.
Dunque, cominciamo dall'abitarla, la città - persino una città complicata come Firenze - fuori dalla mercificazione.

I primi a prendere la parola sono Mattia e Lorenzo, del collettivo Criticity, nato nel 2020 da architetti, designer e altre figure tecniche per promuovere riflessioni e progetti sulle trasformazioni dello spazio urbano fiorentino.
Il punto di partenza del loro ragionamento è Progetto 0, reso pubblico il 12 settembre: un’ipotesi alternativa per l'area ex-OGR, oggi destinata al consueto ciclo di speculazione edilizia e cementificazione che sembra essere, alla fine, l'unico modo in cui le amministrazioni locali italiane - da Milano a Firenze a Roma - riescono a immaginare la città. La vulgata è sempre la stessa: «caro cittadino, come ti paghi il welfare se non (s)vendendo i gioielli della tua famiglia»?
La risposta di buonsenso viene da sé: «una volta finiti i gioielli, che nel frattempo hanno ingrassato le ruote degli speculatori, cosa rimarrà del welfare? Perché bisogna sempre socializzare le perdite e privatizzare gli asset redditizi? Perché le amministrazioni pubbliche non possono gestire direttamente i beni redditizi, ricavandone le risorse necessarie alla macchina della cittadinanza»?
Ma al di là del buonsenso - che pure qualche ragione riesce ogni tanto a portarla a galla - è il sistema stesso a essere sbagliato: esso continua a fare quello che ha sempre fatto, se nessuno elabora un modo per fermarlo e cioè “rapinare” i cittadini del bene comune per trasformarlo in merce e profitto privato. La risposta che il sistema offre è essa stessa il problema: il circolo vizioso che va spezzato, una volta per tutte.
Il documento di Criticity indica alcune direzioni concrete. Prima tra tutte, una profonda critica alla cosiddetta partecipazione cosmetica - o bluff: il meccanismo per cui i cittadini vengono chiamati in causa solo quando i processi decisionali e gli iter tecnici sono già stati risolti altrove. Le trasformazioni urbane, sostengono, devono essere progettate sulla base delle esigenze materiali di chi la città la vive e la usa quotidianamente, non di chi ne estrae profitto, whatever it takes - come usava dire uno dei massimi esperti nostrani di queste operazioni di spoliazione.

Le proposte operative per l'ex-OGR sono precise: ridurre la cubatura prevista, mantenere un’adeguata area a parco pubblico da tenere in connessione con i magazzini esistenti, per preservare la memoria operaia di quella zona.
C’è poi un secondo tema, ancora più interessante e, per così dire, scottante: nell'ambito del microclima fiorentino, l'area ex-OGR coincide con una “via del vento” - una di quelle canalizzazioni naturali che le brezze percorrono in città. Costruire con le cubature attualmente previste significherebbe ostruire quel passaggio, interrompere un flusso virtuoso e rischiare di ampliare le isole di calore urbane.
L'ironia è amara: da un lato l'Amministrazione fa green-washing con depavimentazioni di facciata (salvo poi re-inaugurare in pompa magna spazi urbani che si comportano come griglie da barbecue, vedi il giardino COOP di Statuto), dall'altro consente che aree capaci di mitigazioni climatiche naturali vengano sacrificate in nome del profitto immobiliare. La domanda è semplice: si vuole decementificare davvero, come stanno facendo molte città europee a partire da Parigi (grazie al coraggio e alla lungimiranza dei suoi amministratori, doti che evidentemente non è facile trovare altrove…), oppure si preferisce consegnare Firenze ai sessanta gradi centigradi prossimi venturi? Profitto o città vivibile?
Sul piano normativo, Criticity ricorda che la Toscana è una delle tre regioni italiane dotate di una legge sulla partecipazione pubblica - ma che questa legge rimane spesso inapplicata nella sostanza. Tavoli, consultazioni e strumenti di coinvolgimento della cittadinanza diventano così semplici processi di marketing decisionale: una tautologia che si autolegittima senza produrre discussione reale. La partecipazione bluff è, in questo senso, ancora più pericolosa dell'assenza di partecipazione: offre la forma senza il contenuto, e con essa la copertura democratica alle decisioni già prese.

«Tornarono le caravelle dall'America»: con questa immagine Daniela Festa sintetizza le grandi fascinazioni degli anni Novanta, rinate dalla stagione della mobilitazione globale del Social Forum, da Porto Alegre in avanti. Il suo contributo porta l'esperienza del movimento dei Beni Comuni romano, che rappresentò uno dei tentativi più seri di smontare la distorsione della partecipazione per finta: esserci fisicamente, occupare spazi in città (il teatro Valle allora, Spin Time oggi), discutere pubblicamente di come immaginare la città e il proprio abitarla.
Nella sua lettura, la partecipazione cosmetica ha una storia e una struttura. Non è solo un difetto tecnico nei processi urbanistici: è il prodotto di un sistema in cui persino istituzioni come Cassa Depositi e Prestiti svolgono la funzione di rendere presentabili - di "maquillare" - le svendite del patrimonio pubblico. Il bene comune, cioè dei cittadini, viene ceduto con il consenso formale degli stessi a cui viene sottratto.
Carlotta Galletti, agente immobiliare, porta una prospettiva interna al mercato. Gli affitti brevi a Firenze ci sono sempre stati, osserva, ma erano gestiti in modo artigianale. Il cambio di passo è avvenuto quando le grandi multinazionali del settore sono atterrate in città, avviando uno sfruttamento sistematico e su scala industriale del patrimonio abitativo.
Le conseguenze sono misurabili: le agenzie che vivevano soprattutto sugli affitti residenziali (contratti 4+4, 3+2) si sono spostate sulla compravendita, perché di affitti residenziali a Firenze non se ne stipulano quasi più. E i fiorentini si spostano: verso la cintura urbana esterna oppure verso Empoli e il suo circondario - un caso di scuola quest'ultimo su cui si stanno riversando adesso gli appetiti dei grandi investitori speculativi. Espulsi dalla loro città, l'andarsene dei fiorentini non è dovuto solo all'invadenza del turismo iper-massificato, ma dall'aumento dei prezzi di locazione che ne è conseguenza diretta, in una città che ha fatto del proprio destino la bolla dell'affitto breve turistico.
Galletti introduce una distinzione necessaria, seppur fragile: il problema non è il singolo cittadino che affitta la seconda casa su Airbnb, per quanto anche questo fenomeno produca le sue distorsioni. Il problema è il processo industriale governato da multinazionali dell'immobiliare, che mette a rendita intere porzioni di città sottraendole all'abitare sociale. La differenza è di scala e di intenzionalità: artigianale l'uno, estrattivo e sistematico l'altro.
La proposta alternativa che emerge è quella di una progettazione urbana che non ragioni solo in termini di profitto e rendita, ma assuma criteri tecnico-scientifici e culturali in senso ampio: una città usata da chi la vive, non ridotta a set turistico o parco a tema per chi ci passa. In questo quadro, l'housing popolare - regolato da una legge del 2008 - dovrebbe svolgere un ruolo centrale, ma a Firenze la quota effettiva di edilizia sociale rimane ferma al 20%, comprensiva di senior housing e student hotel. Ovvero: gran parte di quello che viene spacciato per housing sociale non lo è affatto.

«Come si esce allora dalla “trappola” della partecipazione populista»? È questa la domanda da cui muove Grazia Galli di Progetto Firenze, che concentra il proprio intervento sull'abitare condominiale - quello maggioritario in città - per arrivare a una tesi semplice: «il residenziale è residenziale». L'abitante ha diritto a vivere in una città in cui possa costruire la propria esistenza nel corso del tempo. Questo presuppone servizi accessibili ed efficienti e costi commisurati agli stipendi reali - non ai picchi di spesa del passante turistico. Gonfiare i prezzi a ogni livello, compresa la spesa quotidiana al mercato rionale o al super, significa gonfiarli per chi in città ci vive davvero e tutti i giorni.
La risposta che Galli offre alla propria domanda iniziale è tanto precisa quanto esigente: non iniziative d'effetto ma lavoro sistematico sulle regole. Mobilitarsi concretamente sulle norme urbanistiche, sui regolamenti, sugli strumenti di pianificazione - utilizzare la partecipazione non come marketing territoriale ma come meccanismo reale di trasferimento di potere decisionale ai cittadini.
La comunicazione è importante, certo, ma da sola non cambia niente - e anzi, quando diventa fine a sé stessa, rischia di fare il gioco di chi sulla città vuole continuare a speculare.
Galli ha anche risposto a distanza a Carlotta Galletti sottolineando come sia necessario avere il coraggio di stigmatizzare sempre l’affitto breve turistico e che la distinzione tra una presunta forma artigianale del fenomeno e un modello meramente e sistematicamente estrattivo non ha ragione di esistere. I danni portati da entrambi questi modelli sono sotto gli occhi di tutti.
Quello che emerge dal convegno è un quadro coerente, benché articolato su voci e prospettive diverse: la mercificazione della città non è un fenomeno naturale né inevitabile, ma il prodotto di scelte politiche precise e di un sistema normativo che può essere - deve essere - cambiato. Farlo richiede qualcosa di più difficile della comunicazione e qualcosa di più onesto della partecipazione cosmetica: richiede di lavorare sulle regole, di presidiare i processi, di immaginare la città come organismo vivo in cui le persone fanno società per l'intera durata della loro vita. Non un set. Non un parco a tema. Una città.
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crediti fotografici: Antonio Desideri, Gaia Pedrolli
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