Naufragi e incontri: un'opportunità che parte da via Padova

Sabato 24 Settembre 2016 18:58 Giusi Giovinazzo
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Ogni metropoli ha la sua periferia, un complesso arterioso decentrato rispetto a strutture urbane elefantiache. Milano, capitale della moda, della finanza italiana, l'America degli anni '50 per gli italiani del sud, è anche via Padova. Attraverso questa lunghissima strada, puoi sbarcare a riva di attività commerciali che sbandierano diverse nazionalità. A guidarmi sono i murales che abbelliscono il perimetro delle carreggiate, vetrate di cemento e ricchezza cromatica che presentano a chi vi arriva la complessità della zona.

La bellezza che mi invade scarpinando le dimensioni di questa area milanese decentrata è il suo carattere multietnico. Prima di arrivare in piazza Loreto, il cui nome è legato all'ignobile vicenda della fucilazione dei partigiani da parte dei nazisti, i miei passi curiosi sono innanzitutto culinari. Così, ho potuto bere un analcolico ascoltando musica latina di un ristorante dell'Equador aperto cinque anni fa, mangiare pane e biscotti arabi a prezzi abbordabili, in un panificio tunisino (dopo aver comunicato a gesti col panettiere che non capisce l'italiano e l'inglese), entrare in un negozio di cianfrusaglie gestito da un trentenne di Santo Domingo che impreca contro l'Italia, in cui – dice - si lavora troppo e non c'è spazio per tutto il resto. Lì per lì mi suona quasi insolito questo punto di vista, mosso dalla nostalgia per la propria terra, da cui parte a diciotto anni, chissà con quale aspettativa in valigia evidentemente tradita. È lui a dirmi che via Padova è una strada da scoprire e a rispondere al mio successivo punto di domanda col racconto di una trans che a serrande chiuse gli ha rubato una borsa Gucci dal negozio. Certo, parla lui che vende questi cofanetti marroni a venti euro. L'illustrazione di queste due anime del quartiere prosegue col racconto degli ubriachi che non vogliono lavorare. Insomma, per gli stereotipi c'è spazio ovunque. Tuttavia, comprando dei panini di Altamura a un panificio italiano, la responsabile mi dice che a partire da una certa altezza di numeri civici, da una certa ora, la strada è deserta, la gente si barrica in casa. E poi specifica: “Attenzione, non sono razzista. Mio marito è un egiziano. Tutti quei travestiti, in quella zona che è anche di spaccio, guardano male anche mio marito. Creano zizzania”.

Oltre ai colori dell'Havana, ai centri estetici orientali e a profumi speziati cosmopolitici, c'è un parchetto e delle panchine verdi su cui siedono donne e uomini sulla cinquantina con bottiglie di alcool in mano alle quattro del pomeriggio. Vorrei conoscere le loro storie, ma non riesco ad oltrepassare i loro sguardi scettici. C'è una scritta gigante che fa da contorno a questo angolo di strada, un urlo dipinto, in uno Stato di diritto in cui non dovrebbe esserci bisogno di urlare: diritto alla casa, alla salute, al lavoro e al permesso di soggiorno.

Una giungla grafica che mi fa pensare. A quanto la storia viva negli uomini solo tramite la conservazione di brevi intervalli di tempo. A quanto facilmente dimentichiamo ciò che siamo stati, migranti con le valige in poppa, alla volta di terre che promettevano benessere o solamente la speranza di una miseria minore. A quanto facilmente dimentichiamo le nostre lotte, anche recenti, che sognavano una società più equa, che pensasse più per comunità e meno per patronati.

Siamo tremendamente incapaci di dispute pacifiche, dispute che sappiano costruire non solo frontiere e barriere, ma argomenti volti alla condivisione. Ce lo ricordano i libri di storia, che l'umanità si muove solo per scontri, dicotomie. L'attitudine a convivere con ciò che reputiamo altro è un'opportunità preziosa che ci permetterebbe di rileggere quella stessa storia non solo attraverso muri della vergogna come quello di Israele, del Messico e in casa nostra quello di Berlino o i fili spinati dell'est Europa che bloccano in nome della sicurezza vite umane afflitte dai soprusi delle guerre finanziate da chissà quali interessi e compromessi internazionali.

Quando, giorni dopo ritorno in Via Padova, ho appuntamento in un bar, col fondatore dell'Orchestra di Via Padova, Massimo Latronico. Davanti a un caffè, mi racconta del progetto musicale che da dieci anni coinvolge musicisti che provengono da diversi Paesi. Delle difficoltà che un gruppo musicale senza una casa discografica alle spalle incontra anche solo per organizzare le loro prove e produrre i loro album. Del confine labile che separa due campi che dovrebbero esser percorsi in maniera parallela, come legalità e giusitizia, che nel campo dell'immigrazione tendono a essere indirizzati su deviazioni divergenti. Del rifiuto di vendere al miglior offerente le storie di sofferenza legate alle esperienze degli stranieri residenti in Italia, per aumentare l'audience di un qualche programma che spettacolarizza il pathos restituendoci la sua accezione degenerativa patetica.

Saluto i colori e la ricchezza commerciale di via Padova attraversando via Buenos Aires, corso Venezia e ripensando alle parole di Massimo su una panchina dei giardini pubblici Indro Montanelli. Interrompe questo flusso di pensieri un senegalese che mi chiede se voglio comprare un libro edito dalla casa editrice Touba Culturale Italy s.r.l. Non riuscendo a resistere a un nuovo libro, prendo il portafogli e gli chiedo se a lui di questi sette euro resterà qualcosa. Mi dice che per ogni libro, guadagna un euro e cinquanta. Ma di libri ne vende pochissimi. È da ventidue anni in Italia, ma da due anni ha perso il lavoro e non riesce a trovare un'altra occupazione. Lavorava in un'azienda metalmeccanica a Treviglio, dove è riuscito a comprare casa e a far venire la sua famiglia ad abitare con lui. Fino a quando, due anni fa, l'azienda fallisce e lui viene licenziato. Col suo contratto viene stracciato anche il tentativo di riunire la famiglia. I suoi figli tornano a casa; non riescono più a coprire le numerose spese. E così, questo quarantenne senegalese gironzola per le strade sperando che qualcuno voglia comprare racconti di favole africane, le biografie di Nelson Mandela o il discorso di Martin Luter King. Mi piacerebbe che le aziende di Consulenza, Software e Ricerca Economica, le varie Prometeia potessero conscere anche queste storie, fuoriuscendo al di fuori dell'esclusiva preoccupazione di comunicare la facilità con cui oggi le banche concedono prestito (Mi era parso di sentire una storia diversa, delle difficoltà con cui privati e pmi si interfacciano agli istituti bancari oggi. In realtà, pensavo anche che Banca Etica fosse un progetto emulabile, invece questo tizio incravattato davanti alla sua lavagna interattiva multimediale non ne sa nulla).

Mi rimetto in moto sul binario dei miei pensieri, arricchita da questa storia che mi è passata davanti e che per caso ho avuto la fortuna di incrociare. Mi sento come una minuscola incisione dei disegni di Escher. Penso alle infinite vite perpendicolari che potremmo incontrare, se solo avessimo del tempo da dedicarvi. Tuttavia, abbiamo sempre meno tempo da donare agli altri, da dedicare a noi stessi, ingabbiati come siamo nella trappola dell'efficienza dettata dalla società. Un'incapacità di connetterci al di fuori di followers digitali. 

Lla società è fatta dagli uomini, non da spazi e tempi astratti, uomini che dovrebbero rimanere sempre aperti alla novità, approfondirla, per amarla senza manipolarla. Questo miracolo forse è improbabile quanto trovare delle galline sulla ciclovia del naviglio che collega la città di Manzoni all'hinterland milanese. Eppure, queste mie giornate, abbuffate perlustrative, terminano scansando galline, sulla strada del ritorno a casa.

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 24 Settembre 2016 19:34 )