Raymond Carver, Cattedrale, Milano, Mondadori, 1989
Raymond Carver, senza dubbio una delle più significative voci della letteratura americana contemporanea, pubblicò la raccolta di racconti Cathedral nel 1983. Già dall’anno successivo giunsero in traduzione in Italia, presso la collana Scrittori Italiani e Stranieri della Mondadori.
‘Minimalista’ è stata spesso definita la sua scrittura: definizione che, se da un lato coglie alcuni tra i suoi elementi fondanti, può anche trarre in inganno, specie se applicata senza le dovute cautele. Più che di minimalismo, per i racconti di Carver sarebbe giusto parlare di una straordinaria capacità di cogliere quei particolari minimi che, nella loro apparente marginalità, riescono invece a chiarire le più profonde ragioni di un’anima, di una situazione. È proprio grazie a queste brevi ‘illuminazioni’ che il senso di ogni racconto si rivela improvviso al lettore – in parte alluso, non detto, ma al contempo incredibilmente chiaro e definito. E si può anche comprendere perché così spesso si è parlato di minimalismo: questi particolari possono infatti essere tra i più semplici e banali, come per esempio i piedi nudi di un uomo colti di fianco a una pozza d’acqua sul pavimento (che rivelano a una moglie l’intollerabile decadimento psichico e fisico del marito nullafacente, bloccato di fronte allo spettacolo del frigorifero guasto, del cibo andato a male, dell’acqua che ha invaso la cucina) oppure una briglia trovata in un appartamento abbandonato (segno dell’abbandono anche dei sogni e delle speranze di chi ha dovuto lasciarlo – l’equitazione, le scommesse, ma, soprattutto, un futuro per la propria famiglia)...
Perché l’America raccontata da Carver è una middle America spesso sofferente, divisa, se non proprio indirizzata al sicuro fallimento. E protagonisti delle sue storie sono sempre coppie, ma costantemente in crisi – capaci semmai di cogliere una nuova opportunità di condivisione proprio nei momenti di più terribile difficoltà (la perdita di un figlio, lo sfratto, crisi economiche e psicologiche, alcolismo…). E questi protagonisti, pur uniti da vincoli o necessità, alla fine denunciano un’intollerabile solitudine di fronte alla vita, di fronte ai suoi problemi più insostenibili. Così l’attenzione del narratore, a fine racconto, si concentra sulla percezione di uno dei componenti della coppia – il quale, proprio cogliendo qualcosa che l’altro non è in grado o non ha intenzione di rilevare, trova un’occasione di rilancio, per rimettere in gioco queste nuove energie nel rapporto con l’altro.
Sembrerebbe quasi una cattedrale in rovina, se non in frantumi, questa di Carver, ma le opportunità di riscatto sorgono proprio da questa decomposizione del reale nei suoi più minimi frammenti. Forse davvero non c’è speranza, non c’è futuro per i protagonisti di questi racconti, ma quello che il lettore alla fine riesce a cogliere è una straordinaria forza vitale, uno stimolo ad andare avanti, per quanto triste e vuota possa essere la strada intrapresa. E l’occasione per questo rilancio vitale non deriva da riflessioni esistenziali o filosofiche, ma dal semplice aprirsi improvviso della realtà di fronte alla percezione (spesso passiva) del protagonista. Non c’è quasi mai un vero dialogo o comprensione tra i personaggi: la ‘verità’ si rivela autonomamente e spesso in modo del tutto incomunicabile. È questa la conclusione dell’ultimo racconto della raccolta, che ne determina anche il titolo. La ‘rivelazione’ giunge inattesa al protagonista e narratore, in un momento di effettiva ‘non comunicazione’: un uomo cerca di disegnare assieme a un cieco l’immagine di una cattedrale, per fargli capire cosa questa oscura parola possa significare nel mondo dei vedenti – ma a un certo punto egli stesso chiude gli occhi:
Simone Rebora
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