DIE PANNE ovvero La notte più bella della mia vita

Mercoledì 28 Aprile 2010 12:06 Lucia Tempestini
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DIE PANNE ovvero La notte più bella della mia vita


di Friedrich Durrenmatt

adattamento di Edoardo Erba

regia Armando Pugliese

scene Andrea Taddei

costumi Silvia Polidori

produz. Compagnia delle Indie Occidentali

con Gianmarco Tognazzi, Lombardo Fornara, Giovanni Argante, Bruno Armando, Franz Cantalupo, Lydia Giordano

 

Teatro della Pergola

 

 Una pura casualità, un banale guasto meccanico che blocca miserevolmente la jaguar “rosso carminio” fra i sentieri e i pascoli delle montagne svizzere, induce il Rappresentante Generale (di tessuti) per l’Europa Alfredo Traps a chiedere aiuto presso un antico Castello abitato da un anziano giudice in pensione e dai suoi due amici, un pubblico ministero e un avvocato.

Affabili, garbatamente ciarlieri, nerovestiti, i tre si affollano come vecchi corvi curiosi intorno all’inatteso individuo, un ragguardevole esemplare della consorteria (oggi proliferante) dei cafoni arricchiti e asinaptici affetti da egolatria perniciosa.

I tre gentiluomini raccontano al Rappresentante Traps il loro passatempo preferito: riesaminare processi storici (a Socrate, a Federico di Prussia, ecc.) o, quando se ne presenta l’occasione, imbastire istruttorie e celebrare processi utilizzando la presenza di ospiti.

Inizialmente recalcitrante (a causa di un sentimento ibrido, potremmo azzardare, di ammirazione e disprezzo; per noia e diffidenza istintiva verso personalità troppo originali, “eccentriche”,  e ricami retorici al di sopra delle sue possibilità cognitive), finisce per accettare l’invito a cena e la conseguente indagine dei tre informali giuristi.

In fondo è attratto dall’antico salone rivestito di pannelli di quercia, e dall’ancheggiante Simone (purtroppo lontanissima dall’enigmatico angelo sterminatore in latex nero della versione cinematografica di Ettore Scola). Inoltre, vive la situazione come un gioco da raccontare agli amici, come l’opportunità di dare sfogo a megalomanie e millanterie, di compiacersi del proprio eloquio sconnesso, di ogni scorrettezza etica e bassezza d’animo da fornicatore compulsivo.

Fra portate di haute cuisine e vini sempre più rari e squisiti, le studiate, cordiali insinuazioni dei tre Signori non fanno troppa fatica a condurre la logorrea divagante e inarrestabile di Alfredo Traps fino al “punto” essenziale (anzi, il difensore Kummer – un ambiguo, compunto Lombardo Fornara che Durrenmatt avrebbe molto apprezzato – vede cadere nel vuoto tutti i suoi richiami a una maggiore cautela): l’assassinio indiretto e pressoché inconsapevole del principale Signor Gygax, deceduto per infarto in seguito alla rivelazione del tradimento consumato dalla moglie con Traps, episodio che si pone all’origine della successiva fortuna del “Rappresentante Generale”.

La colpa di Traps sta paradossalmente nella sua “innocenza”, o per meglio dire nella malvagità ontologica e depensata che gli preclude la consapevolezza e il rimorso.

Peccato che il Rappresentante di Gianmarco Tognazzi resti imprigionato in una cadenza lombarda un po’ forzata e insistita, che alla lunga condanna il personaggio a una quasi totale assenza di sfumature; per cui la coscienza finale del delitto e il suicidio per impiccagione arrivano improvvisi e psicologicamente inspiegabili.

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