Le conversazioni di Anna K

Lunedì 19 Aprile 2010 09:27 Lucia Tempestini
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LE CONVERSAZIONI DI ANNA K.
di Ugo Chiti
liberamente ispirato a "La Metamorfosi" di Franz Kafka

regia Ugo Chiti
scene Daniele Spisa
costumi Giuliana Colzi
luci Marco Messeri
musica originale e adattamento Vanni Cassori e Jonathan Chiti
produz. Teatro Eliseo – Arca Azzurra Teatro

con Giuliana Lojodice, Giuliana Colzi, Lucia Socci, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Andrea Costagli, Alessio Venturini

Teatro della Pergola

L'anziana serva Anna K. compare quasi subito in casa Samsa, entrando trafelata e curva, con il cappotto inzuppato di pioggia e maleodorante per via della cattiva stoffa. Va su e giù rapidamente, a piccoli passi artritici, borbottando e dispensando il suo buon senso contadino, mentre si spoglia, mentre indossa il grembiule e inizia a sbrigare le faccende domestiche, sempre tenendo le braccia leggermente protese e attive, un po' per mantenere l'equilibrio del corpo, un po' come fanno le vecchie abituate a una fatica quotidiana senza soste. Ne ha presa di pioggia Anna, fin da bambina, fin da quando veniva portata a cavallo nei campi a cavare le patate. Per questo la schiena si è curvata, ma l'importante è che non si bagnino i piedi, "altrimenti le tonsille marciscono".
E' l'ora di colazione, il Signore e la Signora Samsa con la figlia Grete aspettano, dapprima senza troppa ansia, che Gregorio si alzi e li raggiunga nella cucina dove ristagna l'odore del latte bruciato. Gregorio rischia di far tardi al lavoro e la preoccupazione aumenta, non tanto per questioni di sollecitudine umana quanto per il pericolo di veder crollare l'unico, indispensabile sostegno economico della famiglia. Stringendosi in scialli e vestaglie i tre si accostano spaventati alla porta della camera per mettere premura al presunto dormiente, visto che nel frattempo si è concretizzata in corridoio, altezzosamente minacciosa, la presenza di un Procuratore in abito scuro inviato dalla Ditta.
Pannelli ricoperti di carta da parati macchiata di untume, di fumo, di umidità, scivolano formando prospettive interne sempre più inquietanti e cupe: un labirinto di spazi e angoli in continuo movimento.
All'aprirsi della porta, fra sibili che sembrano vagiti o lamenti e fruscii, si manifesta (pur rimanendo invisibile allo spettatore) la mutazione inaudita, la metamorfosi che lo sgomento, il terrore dei familiari ci fa intuire: il bruno corpo depresso in senso dorso-ventrale, le antenne filiformi, le zampe sottili, i palpi mascellari, gli ocelli, il capo ipognato.
Nessuno può o vuole "occuparsi" del mostro, del malato che non "ci mette la volontà", che è fuggito da troppo pesanti responsabilità umane, di questo Essere che con la sua presenza ruba ai congiunti di Gregorio la memoria di ciò che il giovane era "prima" della catastrofe. Neppure la madre sa superare la ripugnanza e la paura e quasi impazzisce alla vista dello scarafaggio.
Soltanto Anna sceglie di nutrire il mostro, pulirgli la stanza e parlarci un po' durante il giorno (le "conversazioni", appunto, con le quali intrattiene l'insetto e se stessa). Anna che ne ha viste tante nella vita, a cui hanno riportato a casa il primo marito investito da un treno avvolto alla meglio in un lenzuolo, "con le ossa che scappavano di qua e di là...però di faccia bene, sereno". Lei che dopo la vedovanza, per bruciante solitudine, si è scoperta a spiare l'amore fra due giovani sul pianerottolo. Anna a cui preme la sorte dei Samsa e il futuro di Grete, e i cui modi sbrigativi e a volte bruschi dissimulano l'intensa, semplice affettività che le farà riconoscere nel povero insetto il perduto Gregorio ("non è proprio una cosa spenta"). Capisce grazie al suo spirito pratico ed empirico quali alimenti possono allettare lo scarafaggio: non uova sode, insalata e patate al burro, bensì "tutte le cose guaste e il latte inacidito (quello lo puppa in un secondo)". Per empatia e per esperienza di vita accumulata, per aver a lungo vissuto accanto al dolore e averne provato tanto, comprende i segnali e i sentimenti Gregorio: il suo nascondersi sotto il letto per la vergogna, il desiderio di affacciarsi alla finestra ("perché lì fuori c'è...il fuori! Il fiume, il sole, i canottieri, le ragazze in costume che osservava ogni domenica"), la solitudine avvilente, la percezione del disprezzo altrui, la prigionia dentro una stanza sempre più buia e angusta (la caverna di un orco) – in cui filtra una striscia di luce giallastra solo quando Anna apre la porta –, la nostalgia crescente del salotto, delle voci umane, della musica di Grete. La necessità, infine, di morire ("queste creature non vivono a lungo...troppo strane...troppo complicate...anche dentro"), davanti al definitivo rifiuto del nucleo familiare, quando il suo inaspettato ingresso nel salotto induce a una fuga precipitosa gli ipocondriaci e sussiegosi pensionanti, nonché il fidanzato di Grete.
Penserà a tutto Anna, come al solito: a raccogliere i resti di Gregorio (pochi, negli ultimi tempi "era diventato sempre più piccolo") in un sacchetto nero per l'immondizia e portarli fuori. "Così, almeno oggi vedrai un po' di sole".
L'intensità allucinata dell'intera Compagnia Arca Azzurra (particolarmente commovente la disorientata Signora Samsa di Giuliana Colzi) lascia nello spettatore segni indelebili, però appare grandiosa, memorabile la prova di Giuliana Lojodice. Sembra che il talento, la sensibilità, la cultura di un'intera vita siano confluiti nel personaggio di Anna K. Ogni gesto, sorriso, rimbrotto, modulazione della voce, parola ruvida o tenera, sguardo risentito o repressa commozione, diventa elemento perfetto e toccante di una creazione artistica e umana unica che non sarà possibile dimenticare.

Lucia Tempestini

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 19 Aprile 2010 11:46 )