Pastorale Americana di Philip Roth, libro vincitore del premio Pulizer nel 1998, cattura il lettore fin dalle sue prime pagine nella sua prosa avvolgente, come una voce inconfondibile, abile nel tenere viva una vicenda a tratti forse non troppo avvincente. E nello stile di Philip Roth si possono cogliere sfumature e striature dei grandi della latteratura americana: primo fra tutti, William Faulkner, la cui prosa resta certamente un obbiettivo ancora molto lontano e forse irraggiungibile, ma che agisce come un demone celato tra le pagine di Pastorale Americana, ravvivandone – e spesso complicandone enormemente – la costruzione. E non si tratta di un libro facile, infatti. C'è chi, banalmente, lo ha definito un libro noioso (se non insulso), e, messa da parte la sua scarsa sensibilità, si possono facilmente capire le ragioni di questo lettore. Nella vicenda, effettivamente, accade poco, e Roth non si puo' certo dire abile a 'sintetizzarla' – in un romanzo di più di 400 pagine. Ma, come si puo' facilmente intuire, il punto di forza (o debolezza) di questo libro non è qui. Il confronto con Faulkner è doppiamente utile, perché permette di visualizzare il potere 'decostruttivo' della prosa di Roth.
Seymour Levov (detto 'lo Svedese') è il protagonista della vicenda. È il perfetto esempio di americano felice, bello, amato, perfettamente realizzato. È il volto sorridente della 'pastorale americana'. Ma il titolo del libro si accopagna in copertina ad un'immagine, che subito contraddice ogni troppo conciliante e superficiale interpretazione. Una fotografia della perfetta America spensierata e consumista (un gruppo di ragazzi davanti a un negozio, tutti sorridenti e con Coca-Cola in mano) si sta lentamente consumando e accartocciando sotto l'avanzare spietato di una fiamma. E la vita di Seymour Levov, sotto le sue spoglie di felicità e soddisfazione, rivela nel lento evolversi del libro un vero incendio che la consuma dall'interno come un cancro – alla fine non cosi' metaforico... E il primo agente di questa distruzione, è cio' che di più interno si possa trovare nella sua vita: la sua figlia 'degenere', metafora di una colpa che il padre porta inscritta nel suo essere – e che trova l'unica fugace rappresentazione in un bacio 'incestuoso', sfuggito al controllo del fiducioso amore paterno. Questa figlia, negli anni delle contestazioni giovanili e della guerra in Vietnam, « porterà la guerra in casa » dei suoi genitori, con un gesto tanto avventato quanto distruttivo...
Ma cio' che di più commovente si puo' cogliere in questo libro, è la costanza con cui l'autore tiene a mantenersi 'dalla parte del padre', rappresentandone nel profondo i conflitti interiori, l'incapacità di comprendere, e la lenta distruzione del suo sistema di pensiero (e di vita). Ed è proprio qui che la prosa a tratti involuta, spesso ridondante di questo testo, rivela appieno la propria efficacia: nel permettere al lettore un viaggio nel sogno americano infranto dai suoi stessi sognatori, nella Pasorale Americana in fiamme del XX secolo.
Simone Rebora
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