La paura di DeLillo

Domenica 07 Marzo 2010 17:04 Simone Rebora
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Uscito nel 1985, Rumore Bianco è il libro che ha reso Don DeLillo uno dei più rappresentativi scrittori della scena postmoderna americana. Libro a tratti farraginoso, non sempre chiaro negli intenti (ma è forse per questo che l'aggettivo 'postmoderno' è parso tanto appropriato?), ma senza dubbio coinvolgente, per un lettore che spesso si chiede la possibile 'razionalità' di tutto questo, il senso profondo di qualcosa che a prima vista puo' apparire come un vero 'delirio interpretativo'. Jack Gladney, protagonista della vicenda, è un professore universitario specializzato in studi hilteriani, ossessionato dal pericolo chimico incombente sulla società produttrice, e dall'idea ineliminabile della morte, che lo attende ad ogni angolo, dietro ogni apparenza di americana 'normalità' e benessere. Nella sua lotta contro questo terrore, la tecnologia è un alleato tanto potente quanto infido. La tecnologia permette di affrontarlo con strumenti nuovi e inattesi, ma che spesso si nascondono dietro una patina di incomprensibilità, che l'uomo comune, dotato di comuni strumenti interpretativi, non puo' in alcun modo sfondare. E quindi, l'uomo contemporaneo si ritrova contemporaneamente in balia della malattia e della sua apparente medicina – che, per essere prodotta, necessita del proliferare del suo nemico. L'uomo contemporaneo, soprattutto, si scopre schiacciato da un mondo che non è in grado di controllare, con i propri limitati mezzi – e che sembra anzi dominarlo con i propri illimitati misteri. E la tecnologia è uno di questi misteri: la tecnologia è potere, e chi detiene questo potere resta celato dietro il suo linguaggio, esercita il proprio dominio nell'oscurità delle sue parole. In Rumore Bianco, queste parole possono essere dei semplici 'asterischi lampeggianti', che allarmano l'ignorante protagonista, risvegliano in lui la paura chimica (dopo la sua esposizione all' «evento tossico aereo»), e lo rendono dipendente da una medicina tanto potente quanto deviante nel proprio effetto curativo immediato (eliminare la paura della morte).

 

La paura di DeLillo puo' parere immotivata e spesso banale. Il suo sguardo verso la scienza e la tecnologia sembra vederne solo le caratteristiche illusorie e distruttive, scegliendo come punto di vista privilegiato quello dell'uomo comune (ed ignorante), incapace di cogliere i segreti di una 'nuova alchimia', che si arroga il diritto di usare un linguaggio scientifico. Ma non bisogna ridurre la portata del suo avvertimento, solo per un'apparente inconsistenza tecnica.

 

Con Underworld (1997), libro molto più maturo e suo indiscusso capolavoro, questa paura torna a farsi dominante, ma in un'ottica più controllata e 'informata'. Qui il pericolo non giunge più dall'aria contaminata da sconosciuti prodotti chimici, ma dalle profondità della terra, da cio' che sta, per l'appunto, 'nel sottosuolo'. E sottoterra sono soprattutto i rifiuti (organici, chimici, scorie nucleari), che, con un riferimento alla pittura di Pieter Bruegel (Il trionfo della morte), riemergono per vendicarsi di una società che, come scheletri in un armadio, li ha nascosti alla vista, ma non alla propria coscienza. E il protagonista di questo libro, esperto di un'agenzia per lo stoccaggio dei rifiuti, si districherà con cinismo e abilità in mezzo a tutti questi tentativi di 'insabbiamento': ma, indelebile, sotto i suoi piedi, rimarrà costante il 'rumore bianco' delle voci degli insabbiati, non più semplici scorie nucleari, ma tracce di un passato che né il tempo né l'evoluzione delle tecnologie potranno mai cancellare.

 

Simone Rebora

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