Storia della Rivista D.E.A. VIII (ii)

Domenica 07 Marzo 2010 15:57 Simone Rebora
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8.2 Il 1995 (espressione - continua)

 

«hypnoDEA», terzo numero dell’anno, in una struttura molto più distesa e ordinata (che raggiunge le 30 pagine), dopo un inizio concentrato sulle problematiche politiche e sociali del momento, dedica la sua intera seconda metà all’espressione. A pagina 14, le «Segnalazioni» di Fedora d’Errico si aprono con un «Omaggio a Otello Pagliai», presidente della Camerata dei poeti, distintosi per le molte iniziative nell’ambito della cultura («promotore generoso in favore di tanti…»), ma anche per l’ininterrotta attività di «autore drammatico, scrittore, storico e poeta», dagli anni trenta fino al presente. Seguono le recensioni alla raccolta poetica di Lidia Viviani, Che l’ora sia di pace, e al piccolo saggio di Dalmazio Masini, Nascita e crescita dell’autore di canzoni. La stessa d’Errico continua poi la sua inchiesta sulla figura di Gesù, con il saggio «Il profeta sconosciuto» (p. 15). E la frase di apertura segna già l’impostazione fortemente critica del suo discorso: «Gesù amò e volle la letizia. La religione cattolica, al contrario, ha sempre insegnato le costrizioni e le mortificazioni corporali e spirituali». Ma l’intento primario della d’Errico, non è quello di criticare le contraddizioni della dottrina cattolica, ma semmai quello di ricercare le radici profonde dell’insegnamento di quel grande maestro di vita che fu Gesù di Nazareth – perché, al di là di ogni implicazione trascendentale, egli fu prima di tutto un uomo, il cui messaggio di speranza era destinato ad altri uomini. «Nel regno di Dio entrerà, con sorpresa, anche chi non ha mai sentito parlare di Cristo. Condizione per la salvezza non è l’ideologia, ma il comportamento umano»: come Fabrizio De Andrè cantava ne La buona novella, anche chi ha ucciso, rubato e bestemmiato, potrà entrare nel regno di Dio («io nel vedere quest'uomo che muore, / madre, io provo dolore. / Nella pietà che non cede al rancore, / madre, ho imparato l'amore», Il testamento di Tito).

Nella pagina di Silvana Grippi, dedicata a «Mostre – Incontri» (p. 16), la «Galleria dell’Immagine D.E.A.» continua la propria attività, sfruttando le opportunità fornite dalla collaborazione e confronto con altre realtà culturali: in particolare la mostra «Valore di scambio», che raccoglie le opere di undici artisti attivi all’interno della Galleria, in un doppio appuntamento, prima a Grosseto, poi a Firenze. Sempre presso la Galleria dell’Immagine è la mostra della scultrice e pittrice Gonul Erdaha, «Dubbio di una vita vissuta»: una possibilità di confrontarsi con un «simbolismo drammatico», che supera attraverso forme e colori la sempre presente difficoltà di comunicazione «(sia di giorno che di notte, sia conscia che inconscia)». Seguendo questa linea più squisitamente informativa, anche Gigliola Caridi si dedica alle arti grafiche, con i suoi tre «Profili d’artista» («Le silhouette» di Francesco Paolo Saponaro; la «dinamicità» e «mobilità» della pittura di Renato Cantinelli; gli spazi geometrici e ricchi di colori delle «“città ideali”» di Domenico Di Genni – tutti a p. 17), mentre Mirella Tonnellotto dedica due ampie recensioni alle recenti mostre di Alberto Giacometti a Milano (pittore e scultore «irrequieto, insicuro e continuamente incerto», cresciuto nei grandi anni delle avanguardie artistiche francesi – a p. 18) e di Gauguin a Ferrara («Il Gaugin dei mari del Sud a Ferrara», ibidem). Rossella Costabile invece recensisce la Personale di Teresa Lappano, “Crollo di un sistema” (p. 20), soffermandosi in particolare sull’analisi di un quadro riportato nella pagina, «Mani pulite su tangentopoli», che ritrae un Di Pietro «disperato di fronte a cose più grandi di lui»: un insieme di «oggetti scomposti in forme geometriche, cariche di simbolismo, e ritessute nello spazio». Immagine che richiama ancora una volta la copertina di questo numero, in un 1995 carico di presagi e polemiche per l’ancora incerto Antonio Di Pietro.

A questa ricca successione di pittori e scultori, si accompagna poi l’articolo di Carmelina Rotundo dedicato a «Un personaggio: Dalmazio Masini» (p. 21), artista poliedrico, «Poeta, scrittore, autore di canzoni e di testi teatrali», noto per i suoi testi delle ‘canzonette’ di San Remo, ma anche intensamente impegnato su vari frangenti più ‘seri’, compresa la promozione di iniziative culturali.

A partire da pagina 22, poi, le componenti più puramente ‘creative’ passano in primo piano. La politica è ancora l’elemento dominante nel testo di Patrizia Favaron, «Il finale possibile» (p. 22), ambientato nella villa di Arcore; come anche nel consueto «Martini Dry» di Carla Martini (p. 23), che questa volta si apre anche allo spettacolo e alla cronaca, con toni a tratti più controllati e ricchi di sfumature, come nella quasi commossa rievocazione di Gino Bartali («Quando è apparso a “Striscia la notizia” rantolava come se avesse appena finito l’ultimo Giro d’Italia. Quel rantolo era il suo canto del cigno. Ci lascia una sacrosanta verità: “’gli è tutto sbagliato”»).

Poi la più pura espressione poetica prende il sopravvento, con una pagina interamente dedicata all'opera di Hasan Atiya al Nassar. «Campanelli» (p. 24), lungo componimento frammentato in varie sezioni-strofe, ma reso intimamente unitario dal continuo ritorno e modificarsi delle immagini, in cui la dolcezza si mescola con la brutalità (i «campanelli» sono i battiti del cuore, ma anche gli scoppi della guerra; i «Passerotti ci hanno tatuato con la loro lotta», e i «piccoli uccelli ebbri […] con rapidi attacchi / costruiranno le loro dimore mute»), in una generale atmosfera di terrore onirico, in cui l’unico possibile sollievo giunge dal contatto con una figura amata, tanto vicina quanto indistinta nel buio: «Annuso i sogni miei disordinati / e accendo una candela nel freddo / per sfiorare le estremità delle tue trecce lucidate dal nero / per sentire il tintinnio di campanelli nel cuore, / per non sentire gli scoppi dei campanelli della guerra / un’altra volta». Accanto a questa voce sicura e affermata, si accompagna poi una pagina di nuove proposte, «Alla scoperta di nuovi autori» (p. 25), dedicata a due giovani poeti, Massimo Fontana e Lara Poggi, entrambi indubbiamente inferiori alla potente vena creativa di Al Nassar, ma pur sinceri nella loro ispirazione: forse troppo guidata dalle facili sonorità, quella di Fontana; invece tendente al colloquiale e prosastico, quella della Poggi.

Le ultime pagine (prima della consueta Rubrica di Franca Pilati, mai mancata al suo appuntamento in questi due anni), sono interamente dedicate al mondo del teatro. Un ampio spazio è rivolto alla presentazione dello spettacolo “Prosodia” (pp. 26-7), ambientato in una location tanto suggestiva quanto significativa: Roca, antico porto sul Mare Adriatico, situato tra Brindisi e Otranto, la cui storia affonda le sue radici nei tempi dell’antica Grecia. E proprio al teatro greco si rivolge questo spettacolo sperimentale e arcaico al contempo, che, come afferma Ada Visconti Luigi Marzano, vuole essere «un modo per riappropriarsi di una radice culturale altrimenti dispersa, soffocata dal dilagare della subcultura disco-televisiva imperante in cui, data la forza di persuasione degli strumenti usati, è facile perdersi» (p. 26). E in tutto questo la citazione al dio «Hypno», nella scelta del nome della compagnia teatrale, rimanda ancora una volta ad un confronto tra il mito greco e la realtà contemporanea. Come nella copertina, il ‘sonno della ragione’ da cui uscire, diviene una vera condizione esistenziale, che avvolge la mente ed i sensi di tutti gli abitanti del mondo contemporaneo, soffocato dal fiato irrespirabile della «subcultura disco-televisiva». Chiudono il numero i due articoli-inchiesta di Angelo Pizzuto («Teatro-osservatorio», p. 28) e di Massimo Fontana («Incontro con Paolo Cocchieri», p. 29), in cui vengono indagate le difficili condizioni del teatro nel mondo attuale, e le attività di una scuola teatrale contemporanea. Paolo Cocchieri, affermato maestro intervistato da Massimo Fontana, riflette sulle potenzialità dell’educazione teatrale nella formazione dell’uomo, potenzialità troppo facilmente perdute nel generale clima di svalutazione di questa forma di espressione artistica.

 

Dopo un editoriale ‘impegnato’, “DEA in scena” (numero doppio: 4/5) si apre con un racconto. Ed il suo violento incipit, al voltare di pagina, sferza gli occhi del lettore: «Vuoi l’avvocato!! – Urlò il poliziotto alla faccia di ragazzino mentre gli mollava una sberla in pieno volto, - tieni l’avvocato – continuò sventagliandogli una raffica di schiaffi.» E questa «Alfa azzurra» di Luigi Marzano (p. 4) è storia di violenze notturne: la prepotenza di un ordine che violenta il singolo nel proprio bisogno di controllo assoluto, opposto al bisogno di fuga dei disperati – ubriaconi a vagabondi, ma anche musicisti e poeti, persi nelle strade di una città nebbiosa. Un racconto che s’innesta nella parte più ‘impegnata’ della rivista (lo circondano articoli sulla mafia, sul diritto all’informazione…), a comprova della ‘non gratuità’, della non inutilità di qualunque finzione creativa, anche di fronte alle più realistiche riflessioni.

Di indubbio interesse, è poi l’articolo «Confessioni di un critico» di Roberto Incerti (p. 9), in cui il critico teatrale descrive la propria attività, le proprie abitudini, e s’interroga sul proprio ruolo nella società.

A pagina 11, per la prima volta sulla rivista “D.E.A.”, Pio Baldelli firma un articolo a suo nome. Già lo si era incontrato nelle interviste di Silvana Grippi, o con estratti dai suoi libri, ma in questo caso il professore universitario si mescola con i suoi allievi, e lo fa con una semplice ma intensa intervista, «Dialogando con un’attrice»: «Incontro Anna Montinari nella sua casa piena di libri. Ci sono anche due gatti distesi pigramente. Iniziamo a conversare.» Il dialogo si mantiene generalmente su un livello informativo, raccontando gli anni del debutto ed i progetti futuri dell’attrice, ma non mancano momenti di approfondimento, in cui l’interprete, attraverso il confronto con i testi, si rivela improvvisamente, nell’intimità del proprio io: «un momento molto vivo di grande emozione l’ho vissuto a San Miniato a Monte. In questa chiesa meravigliosa, con la pedana montata proprio davanti all’altar maggiore, ad un certo momento dello spettacolo, alzando le braccia e alzando gli occhi, ho avvertito una forte emozione, una trascendenza meravigliosa. […] Maddalena, nella versione della Yourcenar, è una donna in preda alla passione totale, che ringrazia Dio perché attraverso la sofferenza dell’amore ha appreso la dura lezione che “Amore” non è “avere e possedere” ma consapevolezza della vita, e accettazione della propria solitaria esistenza.»

Sempre mantenendo questa suddivisione ‘tematica’, seguono altri due articoli sul mondo del teatro: un primo, di semplice divulgazione storicistica («Brevi cenni sul teatro e la scenografia nel rinascimento», di Vincenzo Burlizzi, p. 12) ed un secondo, molto più originale nella struttura, e di intento polemico. Luca Malinverni ‘mette in scena’ (in tre atti + finale) la vicenda del Teatro Scribe, che affonda le proprie radici (ideali) nell’antico teatro delle marionette giapponesi, il BUNRAKU – ma che, in Firenze, si è disperso in una vergognosa dimenticanza. Però: «Il finale è a discrezione nostra, vostra, di tutti coloro che amano tutto ciò che è arte, tutto ciò che è profondità. Nadie [Bertolucci] e Vinicio [Tarryal Lari] sono sempre lì ben disposti come anche le loro marionette ed… attendono.»

Chiude questa lunga sezione teatrale (che giustifica appieno il sottotitolo scelto per questo numero della rivista) «Accademia d’arte drammatica: Voci lontane, sempre presenti» di Angelo Pizzuto (p. 14), una dettagliata analisi delle sperimentali rappresentazioni messe in scena dalle più blasonate compagnie teatrali fiorentine. ‘Riempiono’ la pagina tre citazioni a grandi maestri del cinema e del teatro internazionale: l’ironia di Orson Welles e Jean Luc Godard (che afferma: «Lo spettatore non deve aver paura di dimenarsi sulla sedia, di distrarsi, di soffocare uno sbadiglio. Al cinema, a teatro si va anche per annoiarsi») e la totale dedizione al mestiere di Giorgio Strehler («Il mio mestiere è quello di raccontare storie agli altri. Se non ci fosse il palco… se non ci fossero gli esseri umani… se non ci fosse niente… racconterei muto, immobile, attraverso fili, dentro uno schermo, dentro una ribalta…»)

Ma l’impostazione ‘sulla scena’ di questo numero non si esaurisce qui: dal palco teatrale, si passa a quello musicale, e Bruno Casini dedica il suo «A tutto volume» (p. 15) ai vari Festival estivi in programma in Toscana, mentre Antonio Massi intervista Gilberto Giustini («Sulla strada di Pelago», p. 16), organizzatore dell’ON THE ROAD FESTIVAL, «che il comune di Pelago dedica ormai da sette anni agli artisti di strada.» Come nel caso precedente, anche qui gli articoli si accompagnano a brevi inserti, con le citazioni di due grandi della musica internazionale: Bob Marley e Bob Dylan.

Dopo le quattro pagine (non numerate) di programmi di eventi nei «Parchi toscani» e in «Firenze e dintorni», continua l’interesse per la musica con l’articolo impegnato di Roby Gramigni, «Scambio delle culture Fra i Popoli – ipotesi “Festival di musica popolare del sud del mondo» (p. 17): un’attenta analisi di ciò che il linguaggio musicale può rappresentare in questo mondo di conflitti e divisioni, per la sua capacità di superare ogni codice comunicativo, parlando ai cuori di tutti, al di là di ogni differenza culturale, etnica o linguistica.

Ada Visconti apre poi un’interessante parentesi letteraria, lasciando la parola ad uno scrittore fondamentale di questi ultimi decenni, Antonio Tabucchi. Con un costante distacco ironico («Sostiene Tabucchi…» è l’incipit di ogni sua riflessione, in cui l’autore parodizza il titolo del suo recente libro), lo scrittore propone la propria concezione della letteratura e ne constata il valore nella società contemporanea; ma al contempo non nasconde l’importanza delle nuove tecniche espressive, come testimonia la sua diretta partecipazione alla lavorazione del film tratto dal suo libro, «Sostiene Pereira» (incontro presso Magistero, stenografato da Ada Visconti, pp. 18-9).

Pina Vicario e Carla Martini avvivano poi la sezione ‘polemica’ della rivista, con i loro interventi tra le pagine 22 e 24. La Vicario offre al lettore un articolo più squisitamente critico, «Parola e parole», in cui viene proposta una riflessione sull’importanza dell’uso (o non uso) delle parole nella costruzione dei discorsi, soprattutto politici. Un’analisi che, da semiotica, diviene presto polemica, portando all’attenzione tutti quei casi in cui la parola, più che uno strumento di conoscenza del reale, diviene un abile espediente per manipolarlo. Il suo secondo articolo «Ona… ona… ona… Ma che bella rificolona!», lascia invece da parte la componente più impegnata, per dedicarsi a descrivere una consolidata tradizione fiorentina, che «continua ad avere la sua funzione di aggregamento, ad essere attiva, a mantenere viva la tradizione» (p. 23). Entrambi questi articoli, come anche il successivo (e consueto) «Martini Dry» (p. 24), sono accomunati da un abbondante uso delle illustrazioni, che interrompono ripetutamente il tessuto del testo, arricchendolo del loro valore allusivo e simbolico, quasi calviniani tarocchi in un ‘castello di destini incrociati’ (solo che qui, ad intrecciarsi, sono le storie dell’Italia degli anni ’90).

La sezione più puramente creativa si apre con il breve racconto di Eleonora Luis, «Elogio alla normalità» (p. 25), storia di un’artista che sceglie un amore ‘semplice’ (l’uomo che arriva con sotto il braccio il “Corriere dello sport”), perché stanca del continuo contatto con le raffinate e contorte menti dei suoi colleghi intellettuali e pittori. Ma ben più potente è il grido di disperazione lanciato nella stessa pagina dalla poesia «Per Alex dal Cuore / imploso d’obice di dolore» di Blanche Andrèe, in cui la distruzione e l’abbandono delle città balcaniche è paragonato all’esperienza di Gesù sul Golgotah («Padre nostro perché ci abbandoni? / le sorgenti si fanno letto di polvere / ardono le città della Bosnia / carne, ferro, pietre invano?»). E di indubbio fascino è poi la «Recita a soggetto» di Mariella Braccini (p. 26), breve racconto fantastico che cattura il lettore nella sua allusività: una donna qualunque, scritturata per recitare un testo qualunque, in un teatro abbandonato – che alla fine scoprirà il valore allegorico di ciò a cui sta partecipando, quando gli spettatori si riveleranno «i passi dell’infanzia e le speranze della giovinezza […] la paura e la malattia […] la gioia e la disperazione», di fronte ai quali lei sta recitando «la commedia della [sua] vita».

Proseguono le attività della Galleria dell’Immagine (il programma a p. 27) e la collaborazione con il gruppo teatrale Hypno, organizzatore di «Valore di Scambio», mostra che unisce e fonde «Due realtà culturali a confronto»: l’avanguardia degli artisti del centro D.E.A. e il tradizionalismo di «Arte Etruria oggi» di Grosseto. Ma prosegue anche la collaborazione con l’associazione Perseo, cui è dedicata l’intera pagina 28: tra le righe, di sicuro interesse l’esperimento «Teatro involontario» di Alberta Bigagli, un insieme di piccoli componimenti poetici realizzati sul momento, durante uno degli incontri di «Linguaggio espressivo», mentre «Silvana Grippi del D.E.A. ci sta proiettando le diapositive riportate da l’Africa».

Le ultime pagine sono poi dedicate alle più interessanti mostre in Firenze. Gigliola Caridi recensisce «Gli alfabeti» di Angiolo Liverini (p. 27), Fedora d’Errico «L’arte di Maria Mattina» (p. 29), mentre Franca Pilati, pur mantenendo l’ultima pagina della rivista, interrompe la sua Rubrica, per dedicarsi interamente a Philippe Hosiasson, artista attivo a partire dagli anni ’20, ma del tutto estraneo ai movimenti d’avanguardia, nel costante intento di «rappresentare il risveglio dell’arte italiana in piena autonomia linguistica rispetto agli espressionismi di area nordica e al surrealismo francese» (la sua mostra a Fiesole, Palazzina Mangani).

 

Nell’ultimo numero del 1995, Roby Gramigni continua nella sua opera di informazione sulle forme di espressione musicale meno conosciute e più lontane dal nostro ambiente culturale. Qui il suo interesse si concentra sugli Gnawa, «confraternite di un particolare tipo di sufismo maraboutistico islamico». Lo studio musicologico si intreccia con un’approfondita analisi storica e sociologica, che ricostruisce passo passo le vicende e gli usi e costumi di questi gruppi di ex-schiavi africani.

Nella consueta suddivisione tematica, le pagine 12 e 13 sono dedicate rispettivamente al cinema e al teatro: in entrambe è la voce di Angelo Pizzuto a guidare il lettore attraverso le vicende della recente Mostra del Cinema di Venezia («Frammenti di un discorso incompiuto», con la collaborazione di Alessandra Pizzuto, p. 12) e nell’incontro con la grande ballerina e coreografa Pina Bausch («Il teatro del silenzio», p. 13). Sempre su questo versante, Vinicio T. Lari mantiene viva la propria attenzione verso i teatri fiorentini: ma solo per constatare l’ennesima chiusura («I teatri chiusi di Firenze», p. 15). Questa volta è il turno del Teatro Varietà, ceduto «ad una ditta di elettrodomestici». La requisitoria del Lari (che ha come bersaglio non solo l’amministrazione, ma anche lo stesso pubblico, sempre più disaffezionato) è costante e sentita; ma non possiamo a questo punto non constatare il vuoto sempre crescente in cui la sua voce si diffonde. Nella generale situazione di decadimento, la sua lotta sembra sempre più votata al fallimento – forse anche per una vena polemico-nostalgica troppo dominante, che lascia poco spazio ad una reale propositività.

Impegno e creatività si mescolano poi splendidamente a pagina 16, dove la fotografia di Paolo “Felix” Felicetti si unisce all’indagine di Niccolò Filipponi (con un breve articolo su «Renzo – il barbone poeta») ed alla poesia di Mauro Batisti e Gabriella Volpini. Ma su tutto dominano le immagini di Felix, «scene o ‘schegge’ da palcoscenico, […] in realtà l’interpretazione di momenti psicologici di grande emotività, quadri surreali, in cui si insinua una sensibilità tanto seria quanto profonda».

Mariagrazia De Cola e Carla Martini uniscono poi le loro voci in un’interessante (quanto divertente) analisi della vita in campagna, tanto agognata dagli stressati cittadini, quanto in realtà lontana dai loro idillici sogni di vita pastorale. E così «Viva la vita in campagna» (pp. 23-4) chiede al lettore: «Vuoi andare a vivere definitivamente in campagna? Ok, tutto bene, però forse nessuno ti ha detto che…», prima di sciorinare un lungo elenco di annotazioni (ben 12), che descrivono tutti i ‘piccoli inconvenienti’ in cui l’improvvisato contadino può incappare. E la «Risposta in nome del popolo metropolitano» della Martini (p. 24), con la consueta ironia, descrive la nostalgia del cittadino trapiantato in campagna: «delle nubi ocra di anidride carbonica, del cemento, di spintoni della gente, […] della mia vecchia città sudata e polverona»

Dopo un articolo di Carmelina Rotundo dedicato all’opera del disegnatore di fumetti per bambini Giovan Battista Carpi («Molto benissimo», p. 25), la sezione più puramente creativa si apre con una pagina interamente dedicata alla poesia dialettale del calabrese Salvatore Oliverio (p. 26, edito dalla D.E.A., con la raccolta U “Nzillaru”- Lo zampillo), che gioca ironicamente con il lettore, proponendogli: «Telefonami!», se non tutto è chiaro nella lingua delle sue poesie. E la pagina seguente mantiene questa tendenza regionalista, offrendo al lettore il dialetto napoletano del poeta Bruno De Marco (p. 27, con una breve scheda critica di Marika Patroni Griffi). A pagina 28, invece, tornano le voci toscane di Gigliola Caridi, sempre essenziale nella sua vitalità panteistica, e di Felix, che si sperimenta in una poesia-assembleggio per anagrammi: «!!!OTUIA» (aiuto!!!).

Prima del ritorno della Rubrica di Franca Pilati (p. 34), ben cinque pagine (con 10 articoli!) sono dedicate all’arte: e si passa dalla presentazione di Amed Sharef, pittore curdo di influenze informali e di grande spessore mistico e filosofico (a cura di Fedora d’Errico, p. 29); fino alla pittura della fiorentina Anna Cecchetti, fluida e sensuale, misteriosa e ardente, presentata magistralmente da Pina Vicario (p. 31).

 

Simone Rebora

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