Storia della Rivista D.E.A. VIII

Venerdì 19 Febbraio 2010 14:17 Simone Rebora
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8. Il 1995

 

Con il 1995, inizia il progetto “Il mondo”, lanciato con l’editoriale dell’ultimo numero dell’anno precedente: «Mondo… una parola molto breve, quasi insignificante per la consuetudine del linguaggio quotidiano: nei testi delle canzoni orecchiabili, nei richiami pubblicitari, nelle frasi comuni e nelle espressioni di rabbia, forse tutti banalizziamo la nostra esistenza. Il mondo è invece soltanto una piccola parte della conoscenza» (1994/6, p. 3). «MondoImmagne» è il sottotitolo del primo numero del 1995 («DEA senza pennello»), e la fotografia ne domina le copertine: una fotografia di alto livello, introdotta da un altro assaggio dell’opera di Rossano Maniscalchi (per l’appunto, «Senza pennello»), una composizione attentamente costruita, sia nella geometria del corpo e delle strutture architettoniche, sia nella simbologia implicita (che può richiamare una crocifissione, ma anche una espansione dell’individuo – perché dalle braccia distese della modella, fiorisce il linguaggio figurativo di due dipinti astratti). In quarta di copertina, sono invece il disegno a china di Salvatore Marti, «Il paese fantastico», una suggestiva e abile realizzazione, che confonde in un intrico di rami un palazzo in stile bizantino-orientaleggiante, quasi un prolungamento di quei  rami che paiono avvolgerlo e sorreggerlo; e l’esercizio di stile di Andrea Contini, «Sottopassaggio Firenzenuova», paesaggio ‘suburbano’ ritratto in una fotografia dal potente chiaroscuro.

«DEA in rosso», secondo numero dell’anno, è dedicato a «MondoArte», e nella copertina a colori (ovviamente, in rosso) domina il dipinto di Gigliola Caridi «Collazione», accompagnato dalla consueta poesia sul retro-cartolina (dai contenuti più forti e ‘trasgressivi’, che ben si accompagnano al colore rosso che accende l’immagine: «Purezze / e / trasgressioni / convergono / in una unica / copula di morte»). Questa pratica di intersecare le diverse forme di espressione artistica, è confermata anche dalle due cartoline della quarta di copertina: l’opera scultorea di Fabio Gianni si incontra con la prosa di Peppe Piano, in cui lo scrittore tenta (con risultati a tratti molto felici) di descrivere l’intima ispirazione che guida lo scultore: «Gesti meticolosi, precisi. Con la pazienza e la sapienza di un artigiano consumato, da orafo, cesellatore, cerca, riuscendoci, di farci presente la sua natura d’artista, il suo sguardo, la sua voglia di esserci.» La terza cartolina, invece, presenta la «Mostra di modificazione dell’immagine fotografica tramite computer grafica» (presso la Galleria dell’Immagine nel febbraio di quell’anno), con l’opera collettiva di S. Grippi, R. Maniscalchi e A. Ardy, un mix di fotografia, immagini manipolate e pure creazioni in Computer Grafica: «Sobilliamo le immagini»

 

Con «hypnoDEA», terzo numero dell’anno, si interrompe il «Progetto Mondo»: la copertina è in carta comune, e viene meno anche la pratica di inserire immagini in formato-cartolina. Ma questo non ne riduce affatto l’efficacia, in un premonitore collage di ritratti di futuri protagonisti sulla scena mediatica, tutti pronti a svegliarsi dal loro ‘sonno della ragione’ (Hypnos, nella mitologia greca, è il dio del sonno – che Goya ci ha insegnato cosa può generare): D’Alema e Costanzo, Ferrara e Berlusconi (questi ultimi legati simbionticamente dal ‘cordone ombelicale’ Televisivo e, presto, anche da quello giornalistico), Dario Fo e Franca Rame (al tempo ancora poco conosciuti a livello mediatico: Fo riceverà il Nobel nel 1997), un affiorante dal fondo Bertinotti (in quel periodo ancora ‘ai margini’ del dibattito politico), ed al centro un pensieroso Di Pietro, incerto ancora se risvegliarsi dal suo ‘sonno’. Ma cosa ha comportato effettivamente il loro ‘risveglio’, se non un imporsi del modello televisivo nelle logiche della vita sociale e politica? Questa copertina, oltre a disegnare un meccanismo già effettivo (ma ancora celato) in quel periodo, anticipa quelli che nel futuro immediato furono i meccanismi politici del nostro paese – e il presente lo dimostra appieno. Ma l’attività di promozione artistica del centro culturale continua costante, e la quarta di copertina è ancora una volta dedicata a un nuovo bando per il «Concorso Fanzine».

Con il numero seguente (numero doppio: 4/5), sembra del tutto abbandonata la pratica delle cartoline ritagliabili. In prima e quarta di copertina, sono le foto a tutta pagina di Paolo Felicetti, due suggestive ed enigmatiche messe in scena: una ragazzina appesa a una lanterna fuori da un Bar e delle ragazze in costume d’epoca che ‘abitano’, quasi sculture viventi in piedi o accucciate sugli altari, le nicchie semibuie di una chiesa monumentale.

Nell’ultimo numero dell’anno («Dea focus»), la copertina torna ad essere in carta comune, e nuovamente la composizione che la occupa («realizzata dal gruppo redazionale») è carica di ironia: una supposta pagina di giornale (ma l’inganno è presto svelato: al posto del titolo e occhiello degli articoli, sono le scritte «Titolo di testata» e «Occhiello») su cui si affollano giochi di parole, nonsense, ma anche espliciti riferimenti alla realtà politica del periodo («Nel mezzo del cammin di mio Bettino»). Nella quarta di copertina (foto a tutta pagina di Silvana Grippi) torna al centro dell’attenzione il problema dei Rom: una donna, il suo sguardo un misto di speranza e preoccupazione, regge un cartellone che recita «Per il rispetto dei diritti di tutti». Questi cambiamenti nell’impostazione grafica sono anche sottolineati dall’«Editoriale» di questo numero (p. 3), che li descrive in funzione di un miglioramento della rivista, sotto tutti i punti di vista.

 

Il 1995 è anche un anno di grandi cambiamenti all’interno dell’organizzazione del centro culturale. La presidenza, dopo l’abbandono di Fedora d’Errico (che continuerà comunque a collaborare con la rivista) passa a Giuseppe Grippi, che torna a ricoprire quel ruolo che nel 1990 aveva lasciato alla figlia Silvana. Come recita la «Comunicazione» a pagina 3 del primo numero: «sono contento che questa avventura, iniziata nel 1987, assieme ad altri volenterosi, abbia dato buoni frutti sia nel campo sociale che culturale». Un deciso ottimismo, che segna una nuova ripresa dopo la difficile chiusura dell’anno precedente. Ma le difficoltà non si possono mai dire del tutto superate. Come leggiamo nell’«Editoriale» del numero 3 (p. 3), l’associazionismo è una realtà fortemente instabile, che può facilmente indebolirsi in seguito a divisioni interne: «Si informa i lettori che dopo ampie consultazioni, mancando attualmente la coesione del gruppo redazionale questo viene sciolto su decisione assembleare». Ma l’ottimismo di fondo non sembra intaccato da queste difficoltà, quando permane comunque viva la profonda fiducia nel valore di quello che si sta facendo: «Restiamo convinti che l’associazionismo è la risposta giusta e contraria alla disgregazione di questa nostra società che, sempre di più in questi ultimi tempi, vede tutto in funzione di un profitto o di un ritorno materiale».

Ed è proprio con queste parole che ci sembra giusto concludere questa prima trattazione dell’anno 1995 della rivista “D.E.A.”. Una convinzione profonda e un costante bisogno di schierarsi ‘contro’: contro quei sistemi e strutture nelle quali si arena la libertà dell’individuo, ma anche la coscienza dei nostri doveri verso il prossimo e verso l’ambiente che ci circonda.

 

Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 19 Febbraio 2010 18:21 )