di Mario Soldati
Riduzione di Tullio Kezich e Alessandra Levantesi
Regia di Giulio Bosetti
Con Virginio Gazzolo, Antonio Salines, Nora Fuser, Elio Aldrighetti, Alice Redini
Teatro della Pegola, Firenze
Quando la corruzione ha avvolto i nostri corpi, quando il tempo ha già ucciso
la sincerità degli affetti, sognare rimane ancora un nostro diritto?
Mario Soldati sostiene che la vecchiaia non esista, ma che esista soltanto la
vita. E’ una verità evidente, eppure raramente compresa. Se una vecchiaia
esiste, infatti, è soltanto nelle nostre recondite prigioni, nei limiti, nei
tabù, nelle reticenze colpevoli, nelle paure cui noi stessi ci pieghiamo per
tradizione, o forse per pigrizia. Ecco perciò che il marito ha timore di
sconfessare il matrimonio, ecco che l’adultero rinuncia a vivere apertamente il
proprio desiderio, ecco che l’uomo crea steccati tra sé e il mondo femminile.
Come potremmo, infatti, leggere diversamente lo sguardo moralista che condanna
l’amata, colpevole del solo fatto di esistere? Nell’immaginario di secoli di
conformismo, la donna incarna l’illusionismo maligno della sirena. E il sesso,
neanche a dirlo, è satanico; persino la più banale delle libido, in un vecchio
che forse altro non può concedersi, è ragione di scandalo e di vergogna. Dal
dissidio di Petrarca, passando attraverso secoli di striminzite estetiche
religiose, fino alla più recente autoflagellazione freudiana, l’uomo moderno è
anzitutto senso di colpa.
E, malgrado, forse, le stesse intenzioni di Soldati e di Bosetti, il centro di
questa rappresentazione non è la ventata di nefasta speranza che rapisce un
vecchio riscoperto all’amore, ma piuttosto il suo soccombere al disagio. L’ennui
romantico, il male di vivere, sono poca cosa di fronte al dolore di chi è
incapace di soffocare le proprie suggestioni. Ce lo ha spiegato proprio Freud,
l’essere umano si vergogna del proprio piacere. E chi, anche per un attimo, lo
dimentica, è destinato a misurarsi con un destino di miseria e di scherno.
Da questo palcoscenico scarno, orfano di Giulio Bosetti ma cornice di un
magnifico Antonio Salines, ci arriva una severa lezione: non basta essere
attori se non si è capaci di recitare, fino in fondo, anche di fronte a noi
stessi.
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