C’era una volta in Sicilia. Quella di Giuseppe Tornatore, figlio di una terra troppo spesso raccontata e troppo spesso dimenticata. Il regista, nato a Bagheria, città situata sulla costa settentrionale della regione, ci ritorna e lo fa senza cavalcare luoghi comuni e stereotipi. Nessuna piovra, nessuna lupara. Solo arte. Quella di Renato Guttuso, sapientemente messa su tela. Quella di chi vive credendo in un sogno, di poter cambiare le cose con l’ausilio del buon senso. Di una famiglia che cresce tra miseria e nobiltà. Virtù propria di chi non smette di correre alla ricerca di qualcosa. Pur sapendo che il rischio non sempre vale la candela. Coscienti del fatto di poter andare controcorrente, di apparire come gente dal brutto carattere, solo perché si vuol abbracciare il mondo ma si hanno le braccia troppo corte. Non vale la pena fermarsi. Anche se la corsa o il gioco non ripagano al momento. C'è sempre una sopresa. Una seconda strada. Non vale la pena stancarsi di lanciare le proprie pietre. Non vale la pena di non correre. Sospinti dal vento, da quella porta del vento che è Baarìa. L’ultimo film di Tornatore è anche questo. E’ soprattutto questo. Centocinquanta minuti di pellicola che scorre fluida, si lascia vedere ed apprezzare. Grazie anche all’uso sapiente di suoni e colori, di scenografie e ricostruzioni storiche, che sono un po’ il marchio di fabbrica del regista siciliano. Frutto di un sodalizio con Ennio Morricone che ormai dura da anni, e di un produttore di primo pino come Mario Cotone.
Apprezzato dal pubblico, un po’ meno dalla critica che ne sottolinea la scarsa o superficiale penetrazione nella trattazione del sentimento autentico, nonché di alcuni passaggi storici. Ma non era certo questo l’obiettivo del regista, al quale, se una colpa la si vuol dare, è quella di aver messo nel calderone davvero tanta roba. Ne esce fuori una storia d’amore tra la coppia di protagonisti che non è mai indagata e delineata a fondo, sempre accompagnata da ulteriori snodi narrativi che rimandano ora alle vicende storiche del popolo italico ora ai vizi dello stesso. Come già è stato sottolineato, in questo modo il risultato è un bel quadro d'insieme, mancante però di un nucleo drammaturgico preciso. Se è vero come è vero che l’intento non era quello di raccontare la storia italiana, allora ben accetta è la trattazione veloce di talune vicende storiche che fanno da sfondo alla vicenda umana e sapientemente tenute insieme da simpatici camei ( Lo Cascio e Beppe Fiorello su tutti) che rendono il tutto più scorrevole. Ma se è vero come è vero che la vicenda umana, le sue peregrinazioni e le sue epifanie, sono il fulcro del discorso narrativo, allora qualcosa poteva essere tenuta fuori a favore di una sua maggiore considerazione e trattazione. Ciò poco toglie però alla sontuosità del film, che cattura, trasporta, è autentico, cade sì in piccoli difetti ma ampiamente ripagati da una estetica eccellente e da una trama e un messaggio di notevole pregio.
Simone Grasso
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