Teatro: Il signore va a caccia

Sabato 21 Marzo 2009 03:00 Giulio Gori
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IL SIGNORE VA A CACCIA

di Georges Feydeau, adattamento e regia di Mario Scaccia
con Mario Patané, Consuelo Ferrara, Fabrizio Coniglio, Angelo Maresca, Serena Marinelli, Francesco Di Trio, Fabrizio Vona, Consuelo Ferrara

scene Andrea Bianchi Forlani, costumi Antonia Petrocelli

Teatro della Pergola, fino a domenica 22 marzo 2009


Una storia di tradimenti, compiuti o tentati, una commedia degli equivoci ambientata a metà ottocento, ma con un’osservazione psicologica dei personaggi molto attenta, tipica della letteratura di fine secolo. Gli ottimi ritmi, i buoni movimenti e la cacapità della compagnia di non forzare il registro del grottesco rimanendo più correttamente legata allo stile della commedia Belle Epoque, consentono infine un risultato comico e teatrale convincente, pur nella leggerezza dei temi trattati.
Debora Caprioglio non può contare su una vocalità sfumata e sottile,  probabilmente non conosce appieno i mezzi del registro drammatico; ma nella commedia leggera dimostra una forza e una solidità invidiabili; il suo merito sta nel concentrare la propria attenzione su pochi movimenti del corpo: così con l’ancheggiare, il piegare la testa, l’impettirsi, all’interno di un costume adeguato, si trasforma in una perfetta dama di metà ottocento, qual’è l’ingenua Leontina Duchatel. E’, insomma, una caratterista ineccepibile, dotata di un notevole temperamento scenico, di fronte al quale spicca per risalto la delicata interpretazione di Rosario Coppolino, un Gustavo Moricet straordinariamente femminile e ricercato, forse il personaggio più indovinato della commedia, l’antieroe tra gli amanti, l’antimacho audace e impertinente.
A Mario Scaccia è dedicato un breve intervento nella parte, esilarante, di Madame Latour du Nord, una signora di un’antichità (guai a dire vecchiaia) favolosa, dai modi piccolo borghesi e dalla prosa immaginifica. La descrizione dell’amore col domatore di fiere è una piccola perla di fantasia immaginifica e di spiritosa compassione verso ciò che si chiama amore.
Certo lasciano un po’ perplessi le note di regia del grandissimo attore, quando parla in modo assai forzato delle commedie Feydeau come  di opere non disimpegnate che “disegnano un epoca e ne colgono i primi elementi disgregatori”; ma, forse, ha ragione Scaccia quando spiega il senso di questo impegno sociale e dice: “Riuscire a far almeno sorridere è, di questi tempi, opera altamente meritoria”.

Giulio Gori

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