"Italians", l'ultimo film di Giovanni Veronesi

Lunedì 26 Gennaio 2009 12:34 Simone Grasso
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Cavalcare l’onda lunga del senso comune è  compito non facile. E’ come maneggiare una lama tagliente. Se non si ha dimestichezza il rischio è quello di ferirsi. La si può anche maneggiare con circense spregiudicatezza. Ma è questione di esperienza, di abilità.  Di creatività e genialità. Ancor più se si decide di trasformare lo stereotipo dell’italiano medio in prodotto cinematografico.  Sfida che il regista toscano  Giovanni Veronesi ha voluto comunque accettare con il suo ultimo lavoro “Italians”.  Il rischio poteva valere la candela. Un azzardo. Una doppia coppia che  tenta  la mano fortunata  sul tavolo verde.  Ardua impresa, anche quando i protagonisti del gioco si chiamano Carlo Verdone e Segio Castellitto.  “Ci facciamo sempre riconoscere” recita il sottotitolo del film. E’ in effetti ciò che si riconosce alla fine è solo la cifra stilistica dei due attori che conferiscono quel qualcosa in più alla pellicola ma senza riuscire però a cambiare più di tanto le sue sorti. E si perché i due episodi proposti trattano sì alcuni stereotipi  comuni dell’italiano tricolore ma senza mai penetrare in profondità, senza quella “cattiveria” cinematografica  necessaria per il tema in questione. Ciò che ne esce fuori appare essere un analisi un pò superficiale, un quadro i cui frames non vengono ben definiti  da una sceneggiatura piatta e fiacca, tra posti di blocco nel deserto,  sparatorie surreali e corse automobilistiche nel deserto quasi virtuali, a mo’ di videogame. 

Nel primo episodio troviamo Fortunato (un Sergio Castellitto profondo ma non propriamente a suo agio nei panni della commedia), camionista romano che da anni lavora  come trasportatore di Ferrari rubate dall'Italia fino agli Emirati Arabi. Deciso a tornare in Italia per dedicarsi alla famiglia, convince il suo capo a portare con sé nell’ultimo viaggio Marcello (Riccardo Scamarcio), il ragazzo prescelto per il passaggio di testimone. Durante il viaggio i due hanno modo di confrontarsi e di conoscere una cultura dalla nostra differente. Ma comprenderanno anche il valore dell’amore e dell’amicizia, nei confronti dei quali non c’è conto corrente che tenga. Arrivati a Dubai, la città del lusso, i due Italians si concederanno una goliardica serata in un lussuoso locale. Ma se è vero come è vero che gli italiani si fanno sempre riconoscere, allora la nottata non potrà certo terminare con una tisana di erbe rilassanti.
E quindi Giulio (Carlo Verdone),
  dentista romano in preda alla depressione, il quale con l’ausilio del collega e amico Fausto e di uno stravagante pappone siciliano Vito Calzone (Dario Bandiera), riuscirà a trasformare un tranquillo convegno medico a San Pietroburgo  in una sere di rocambolesche e compromettenti situazioni. A salvarlo sarà l'aiuto di Vera, la sua interprete personale, che nella bambagia generale riuscirà a portarlo in salvo e far emergere il lato migliore del professore.

I due finali cercano in qualche modo di sorprendere lo spettatore. O quanto meno di evidenziare la parzialità intrinseca nella visione stereotipizzata degli italiani all’estero. Non solo spaghetti e mandolino. Non solo papponi e donnaioli. Non solo strilloni, confusionari e cacionari.  Ma anche popolo  dall’enorme serbatoio di generosità, genuinità e bontà.  “Un popolo di buoni a nulla ma capaci di tutto”, ricordando le parole di Longanesi. E di fatti la scena finale del secondo episodio è emblematica in tal senso. Carlo Verdone che cerca di insegnare a bambini russi come è fatta l’Italia, raccogliendo pezze e stracci colorati e formando sul prato la forma dello stivale. E raccontando le diversità linguistiche di ciascuna zona. Come a dire che è un paese variegato, pieno di differenze e sfumature e colori, ma che sono proprio queste a renderlo ancor più affascinante: apprezzabile.  Vizi e virtù di un “Italietta sospesa tra orrore e folklore”. Seppur il tutto è reso godibile da simpatici siparietti comici (eccellente e simpatica la prova di un Dario Bandiera sopra le righe), non emerge nella narrazione il fondamentale equilibrio tra le parti, anche in virtù di un analisi del tipo sociologico mai penetrante e che si risolve in una semplice elencazione di luoghi comuni. E questo lascia ancor più l’amaro in bocca per quello che poteva essere ma non è stato.

Simone Grasso 

 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 26 Gennaio 2009 18:03 )