Anteprima italiana
di Kenneth H. Brown, regia di Judith Malina, luci e scene di Gary Brackett
con Gary Brackett, Gene Ardor, Kesh Baggan, Andrew Greer, John Kohan, Tommy McGinn, Jeff Nash, Johanny Paulino, Christopher OzBrien Spicer, Braford Rosenbloom, Evan True, Antwan Ward, David Copley, David Markham, Morteza Tavakoli, Enoch Wu.
Festival Fabbrica Europa, Ex Stazione Leopolda, Firenze
La sofisticata compagnia newyorkese Living Theatre ripropone un proprio successo del 1963, dedicato alle prigioni militari statunitensi. E’ un testo di denuncia durissima di un sistema che annienta ogni forma di umanità e che oggi è straordinariamente attuale.
Una scena di perfette simmetrie e agghiacciante geometricità introduce a uno spettacolo di rara potenza espressiva, di altissima tenuta stilistica (nell’apparente semplicità) e interpretato da una compagnia che dà prova di una superba capacità di concentrazione.
E’ uno spettacolo in lingua inglese, ma in cui i concetti sono espressi piuttosto dal rimbombare dei passi sul palcoscenico, in un ritmo inquietante che ha anticipato gli Stomp di qualche decennio: qui la parola è superflua, quello che conta è piuttosto la voce, il volume, l’intonazione e le posture del corpo. Il linguaggio è spogliato di ogni sua complessità, evoluzione, per regredire a una serie di simboli codificati del tutto primitivi nella loro banalità, ma, nella ridicola simbologia dell'alfabeto dei marines, altrettanto innaturali.
In questo gioco sadico si insinua anche il peso del sesso col continuo riferimento da parte dei carcerieri ai propri organi genitali e alla presunta effeminatezza dei prigionieri. Il maschilismo è uno schema così naturale, che viene spontaneo, forse, riproporlo nel carcere, per dare corpo alla discriminazione e alla sottomissione.
In questo The Brig non c’è piaggeria, piuttosto c’è il coraggio di riprodurre il fastidio, la monotonia, le cacofonie del reale. L’intera giornata dei prigionieri viene raccontata con precisione e, per questo, non si dà centralità a una tortura fatta da calci e pugni, pur sempre necessaria e ineluttabile, ma a quella lenta, subdola maniacalità dei gesti imposti: l’ordine morboso, la ripetizione di gesti inutili, la proibizione di camminare con l’obbligo costante di una goffa forma di corsa, l’imposizione a chiedere il permesso a varcare ogni soglia, il divieto di pestare le linee, le piccole costrizioni, la sostituzione del nome proprio con un numero. Non c’è banalità, non c’è esibizionismo; al contrario c’è coscienza della disumanità dell’istituzione integrale - carcere.
Il teatro, la scrittura, come in Primo Levi, divengono per Brown, che ha davvero vissuto l’esperienza della prigione militare, non solo uno strumento di testimonianza, ma anche un mezzo di liberazione. Quello che del carcere non potrà mai essere riprodotto è il senso di isolamento, il terrore di essere dimenticati, la paura che il mondo ignori il proprio dolore: il palcoscenico, nonostante il filo spinato sulla ribalta, è aperto sugli altri, costituisce una porta di conoscenza e quindi di libertà e di speranza.
Perché, in fondo, il senso ultimo del teatro è la sopravvivenza.
Giulio Gori
con Gary Brackett, Gene Ardor, Kesh Baggan, Andrew Greer, John Kohan, Tommy McGinn, Jeff Nash, Johanny Paulino, Christopher OzBrien Spicer, Braford Rosenbloom, Evan True, Antwan Ward, David Copley, David Markham, Morteza Tavakoli, Enoch Wu.
Festival Fabbrica Europa, Ex Stazione Leopolda, Firenze
La sofisticata compagnia newyorkese Living Theatre ripropone un proprio successo del 1963, dedicato alle prigioni militari statunitensi. E’ un testo di denuncia durissima di un sistema che annienta ogni forma di umanità e che oggi è straordinariamente attuale.
Una scena di perfette simmetrie e agghiacciante geometricità introduce a uno spettacolo di rara potenza espressiva, di altissima tenuta stilistica (nell’apparente semplicità) e interpretato da una compagnia che dà prova di una superba capacità di concentrazione.
E’ uno spettacolo in lingua inglese, ma in cui i concetti sono espressi piuttosto dal rimbombare dei passi sul palcoscenico, in un ritmo inquietante che ha anticipato gli Stomp di qualche decennio: qui la parola è superflua, quello che conta è piuttosto la voce, il volume, l’intonazione e le posture del corpo. Il linguaggio è spogliato di ogni sua complessità, evoluzione, per regredire a una serie di simboli codificati del tutto primitivi nella loro banalità, ma, nella ridicola simbologia dell'alfabeto dei marines, altrettanto innaturali.
In questo gioco sadico si insinua anche il peso del sesso col continuo riferimento da parte dei carcerieri ai propri organi genitali e alla presunta effeminatezza dei prigionieri. Il maschilismo è uno schema così naturale, che viene spontaneo, forse, riproporlo nel carcere, per dare corpo alla discriminazione e alla sottomissione.
In questo The Brig non c’è piaggeria, piuttosto c’è il coraggio di riprodurre il fastidio, la monotonia, le cacofonie del reale. L’intera giornata dei prigionieri viene raccontata con precisione e, per questo, non si dà centralità a una tortura fatta da calci e pugni, pur sempre necessaria e ineluttabile, ma a quella lenta, subdola maniacalità dei gesti imposti: l’ordine morboso, la ripetizione di gesti inutili, la proibizione di camminare con l’obbligo costante di una goffa forma di corsa, l’imposizione a chiedere il permesso a varcare ogni soglia, il divieto di pestare le linee, le piccole costrizioni, la sostituzione del nome proprio con un numero. Non c’è banalità, non c’è esibizionismo; al contrario c’è coscienza della disumanità dell’istituzione integrale - carcere.
Il teatro, la scrittura, come in Primo Levi, divengono per Brown, che ha davvero vissuto l’esperienza della prigione militare, non solo uno strumento di testimonianza, ma anche un mezzo di liberazione. Quello che del carcere non potrà mai essere riprodotto è il senso di isolamento, il terrore di essere dimenticati, la paura che il mondo ignori il proprio dolore: il palcoscenico, nonostante il filo spinato sulla ribalta, è aperto sugli altri, costituisce una porta di conoscenza e quindi di libertà e di speranza.
Perché, in fondo, il senso ultimo del teatro è la sopravvivenza.
Giulio Gori
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