Il vento che accarezza l’erba
Regia di Ken Loach, con Cillian Murphy, Padraic Delaney, Liam Cunningham, Orla Fitzgerald, Mary O'Riordan. Genere Drammatico - Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Italia, 2006. Durata 124 minuti circa.
The wind that shakes the barley (ovvero, il vento che scuote l’orzo), penosamente tradotto in italiano come Il vento che accarezza l’erba, è finalmente nei cinema italiani. Il film di Ken Loach, vincitore della scorsa edizione del Festival di Cannes, ha atteso sei mesi per veder finalmente realizzato il doppiaggio. Ma tanta attesa raramente fu meglio ripagata.
Si tratta della storia di due fratelli irlandesi, che combattono per la libertà del proprio paese contro l’esercito inglese. Uno spaccato di storia che parte dal 1920, passando per il trattato di pace tra Michael Collins e le autorità inglesi, e arriva alla guerra civile tra il governo che accetta le condizioni della corona e l’opposizione che invece vuole un’indipendenza piena e senza condizioni. Momento in cui i due fratelli si trovano a combattere nelle opposte fazioni.
Con questo bellissimo film, Ken Loach torna a parlare, come in Terra e libertà, di eventi del passato. Ma con una costante attenzione al presente. La lotta per la liberazione, la violenza della resistenza, le zone grigie tra il giusto e l’ingiusto, richiamano con evidenza l’attuale conflitto israelo-palestinese, cui Loach ha fatto chiaro riferimento nelle conferenze stampa di Cannes.
Il film, pur parlando d’Irlanda, è un’anatomia di tutte le lotte di liberazione: il diritto di chi combatte, ma anche la crudeltà cui si è costretti malgrado (o forse, a causa di) gli altissimi ideali che ci guidano e la giustizia insita nel nostro percorso. La risolutezza delle idee non ha mai spaventato il regista inglese, ma altrettanto non hanno mai fatto le contraddizioni, che sono da sempre il segno distintivo del suo cinema.
Ma il film apre anche un altro fronte: lottare per liberare un paese da un’occupazione significa solo cacciare il nemico, o significa anche tentare di cambiare i metodi, le leggi e le condizioni sociali che con quell’occupazione ci sono stati imposti? E’ necessario ricordare che molti partigiani italiani si diedero alla macchia non solo per combattere il nazifascismo, ma nella speranza che quella fosse l’occasione per il riscatto sociale, per una radicale svolta economica, per l’affermazione della giustizia.
Diventa così centrale, negli equilibri del film, la figura del macchinista ferroviere di idee socialiste: è lui che ricorda le parole pronunciate da James Connolly nel 1913 (“Anche se domani voi cacciate l’esercito inglese e issate la bandiera verde sul castello di Dublino, senza che cominciate a organizzare la Repubblica socialista, i vostri sforzi saranno stati vani. L’Inghilterra continuerà a dominarvi. Vi dominerà con i suoi capitalisti, con i suoi latifondisti, con i suoi finanzieri, con l’intero esercito del commercio e delle singole istituzioni che ha imposto in questo paese e che ha innaffiato con le lacrime delle nostre madri e col sangue dei nostri martiri”); ed è sempre lui che contesta la decisione di alcuni membri dell’IRA di scarcerare un usuraio, condannato dal tribunale indipendente irlandese, perché i suoi soldi per comprare le armi non giustificano un’ingiustizia verso una povera donna.
E di nuovo Loach pone una contraddizione dolorosa: di fronte a una guerra giusta, bisogna far prevalere da subito la giustizia sociale o quella stessa giustizia può attendere in nome di una drammatica priorità? Loach risponde, alla sua maniera, con lo spirito di un vecchio irriducibile marxista, optando per la prima delle due posizioni. Perché il senso del film, del suo cinema, è qua: le contraddizioni esistono, talvolta sono laceranti, ma una scelta va fatta, una scelta etica, in nome della giustizia.
Giulio Gori - DEApress
Regia di Ken Loach, con Cillian Murphy, Padraic Delaney, Liam Cunningham, Orla Fitzgerald, Mary O'Riordan. Genere Drammatico - Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Italia, 2006. Durata 124 minuti circa.
The wind that shakes the barley (ovvero, il vento che scuote l’orzo), penosamente tradotto in italiano come Il vento che accarezza l’erba, è finalmente nei cinema italiani. Il film di Ken Loach, vincitore della scorsa edizione del Festival di Cannes, ha atteso sei mesi per veder finalmente realizzato il doppiaggio. Ma tanta attesa raramente fu meglio ripagata.
Si tratta della storia di due fratelli irlandesi, che combattono per la libertà del proprio paese contro l’esercito inglese. Uno spaccato di storia che parte dal 1920, passando per il trattato di pace tra Michael Collins e le autorità inglesi, e arriva alla guerra civile tra il governo che accetta le condizioni della corona e l’opposizione che invece vuole un’indipendenza piena e senza condizioni. Momento in cui i due fratelli si trovano a combattere nelle opposte fazioni.
Con questo bellissimo film, Ken Loach torna a parlare, come in Terra e libertà, di eventi del passato. Ma con una costante attenzione al presente. La lotta per la liberazione, la violenza della resistenza, le zone grigie tra il giusto e l’ingiusto, richiamano con evidenza l’attuale conflitto israelo-palestinese, cui Loach ha fatto chiaro riferimento nelle conferenze stampa di Cannes.
Il film, pur parlando d’Irlanda, è un’anatomia di tutte le lotte di liberazione: il diritto di chi combatte, ma anche la crudeltà cui si è costretti malgrado (o forse, a causa di) gli altissimi ideali che ci guidano e la giustizia insita nel nostro percorso. La risolutezza delle idee non ha mai spaventato il regista inglese, ma altrettanto non hanno mai fatto le contraddizioni, che sono da sempre il segno distintivo del suo cinema.
Ma il film apre anche un altro fronte: lottare per liberare un paese da un’occupazione significa solo cacciare il nemico, o significa anche tentare di cambiare i metodi, le leggi e le condizioni sociali che con quell’occupazione ci sono stati imposti? E’ necessario ricordare che molti partigiani italiani si diedero alla macchia non solo per combattere il nazifascismo, ma nella speranza che quella fosse l’occasione per il riscatto sociale, per una radicale svolta economica, per l’affermazione della giustizia.
Diventa così centrale, negli equilibri del film, la figura del macchinista ferroviere di idee socialiste: è lui che ricorda le parole pronunciate da James Connolly nel 1913 (“Anche se domani voi cacciate l’esercito inglese e issate la bandiera verde sul castello di Dublino, senza che cominciate a organizzare la Repubblica socialista, i vostri sforzi saranno stati vani. L’Inghilterra continuerà a dominarvi. Vi dominerà con i suoi capitalisti, con i suoi latifondisti, con i suoi finanzieri, con l’intero esercito del commercio e delle singole istituzioni che ha imposto in questo paese e che ha innaffiato con le lacrime delle nostre madri e col sangue dei nostri martiri”); ed è sempre lui che contesta la decisione di alcuni membri dell’IRA di scarcerare un usuraio, condannato dal tribunale indipendente irlandese, perché i suoi soldi per comprare le armi non giustificano un’ingiustizia verso una povera donna.
E di nuovo Loach pone una contraddizione dolorosa: di fronte a una guerra giusta, bisogna far prevalere da subito la giustizia sociale o quella stessa giustizia può attendere in nome di una drammatica priorità? Loach risponde, alla sua maniera, con lo spirito di un vecchio irriducibile marxista, optando per la prima delle due posizioni. Perché il senso del film, del suo cinema, è qua: le contraddizioni esistono, talvolta sono laceranti, ma una scelta va fatta, una scelta etica, in nome della giustizia.
Giulio Gori - DEApress
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