Teatro: Uno, nessuno e centomila

Sabato 19 Marzo 2011 01:00 Giulio Gori
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UNO, NESSUNO E CENTOMILA


di Luigi Pirandello. Adattamento di Giuseppe Manfridi. Regia di Giancarlo Cauteruccio

con Fulvio Cauteruccio, Monica Bauco, Laura Bandelloni, Irene Barbugli, Roberto Gioffrè, Riccardo Naldini, Carlo Salvador, Tommaso Taddei. Ideazione scenica Giancarlo Cauteruccio, Scena e luci Loris Giancola, Costumi Massimo Bevilacqua, Elaborazioni video Stefano Fomasi, Fonica Lorenzo Battisti.

 Teatro della Pergola

Il dissolvimento dell’io è l’unica soluzione di fronte all’oppressione del giudizio, dell’identificazione forzata che il mondo impone a ciascuno di noi. La capacità di rinascere, ogni giorno, a nuova vita, è l’unico modo per sfuggire alla dittatura dei cliché che ciascuno si ritrova marchiati addosso. A costo di impazzire, anzi, a costo di passare per pazzo, Vitangelo Moscarda, protagonista di «Uno, nessuno e centomila», sceglie la maschera più sfuggente e mutevole, pur di non essere imprigionato nell’orrore della fissità, della semplificazione. Buttare al vento un’esistenza, non solo nell’accezione borghese del termine, può essere l’occasione del riscatto per chi vuole essere uomo nella sua interezza, anziché la banale rappresentazione di uno stereotipo in pasto alla vorace apatia del mondo.
Il Pirandello di Giancarlo Cauteruccio trasforma un romanzo complesso, per molti versi disorganico, in una recita che ne replica la natura rapsodica e tuttavia riesce a guadagnare in compattezza, in coerenza narrativa. Assai suggestive le scelte scenografiche che, superando la sostanza di elemento accessorio, diventano parte integrante della struttura drammaturgica, contribuiscono al suo sviluppo, anche grazie al ricorso a trovate di grande capacità suggestiva, dalle distorte prospettive vangoghiane, alla botola elisabettiana dalla quale spunta una suadente Anna Rosa, quasi fosse una sirena, fino agli altoparlanti che amplificano i pettegolezzi e le malelingue che opprimono Vitangelo.Ciò che invece non convince è l’aver ignorato, nella pur buona prova di Fulvio Cauteruccio, la natura in divenire del romanzo: non c’è processo di formazione nel protagonista, o di de-formazione, non c’è una progressione interpretativa che trasformi l’usuraio borghese in un folle orgogliosissimo iconoclasta. Vitangelo, almeno a livello interpretativo, è già «divenuto» prima ancora di prendere consapevolezza della propria svolta. Con l’inevitabile risultato di un appiattimento del vigore dello spettacolo.

Giulio Gori

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