La parte ‘espressiva’ di “D.E.A. utopia” si apre con due pagine interamente dedicate al cinema. Il primo articolo, di Laura Magni, si posiziona in una regione di confine, “Tra letteratura e cinema”, recuperando una quasi dimenticata recensione di Italo Calvino al film Senso di Luchino Visconti («Uno scrittore e il buon “senso”», p. 6). Un collegamento semantico ‘trasversale’ è nel titolo dell’articolo successivo, «L’estremità del senso. Il cinema della nuova sessualità» di Francesco Salvatori (p. 7), che, partendo da una recensione ai recenti [nel 1996] film di David Cronemberg (M. Butterfly e Crash) discute di mode e gusti di fine millennio – e delle loro conseguenze nelle profondità della psiche umana. È l’eccesso di ‘vitualizzazione’ (in particolare del desiderio e della sessualità) uno dei più gravi pericoli per la vita della comunità umana.
Dopo la presentazione del «film da non perdere: La canzone di Carla» (di sgf), Alessandra e Angelo Pizzuto dedicano un lungo articolo alla recente Mostra del Cinema di Venezia («Decapitati da Internet?», pp. 8-9). Come già dice il titolo, al centro della loro attenzione sono i sempre più ineluttabili problemi della digitalizzazione e virtualizzazione in atto del mondo delle arti e dello spettacolo: «Popolo di santi, di Eroi, di Navigatori (in Internet come d’accordo), ma italiani, diversamente dai cugini francesi della Cruisette a Cannes, offriamo la settima arte al consumo onanistico dell’immagine in scatola, sia essa il rettangolo televisivo o il video-terminale di una consolle a digitazione interattiva». E come culmine di questo paradossale percorso, giunge il confronto tra due film presentati quasi in contemporanea alla Mostra: il catastrofico, mostruoso, ma al contempo spettacoloso Indipendence Day di Emmerich, e il pauperistico, stralunato, ma profondamente poetico (alla Pasolini) I Magi Randagi di Sergio Citti. Lo stesso Angelo Pizzuto, poi, si ripresenta in veste di «nostro corrispondente», questa volta da Catania, con l’articolo «A sud del teatro» (pp. 9-10).
Un notevole impegno nel sociale caratterizza poi l’intervento di Roberto Gramigni, «La musica e il silenzio oltre i confini. Donne contro l’Harem» (pp. 11-12). Al centro del suo articolo, che si accompagna ad un attivo impegno di promozione e sensibilizzazione già testimoniato nel precedente numero della rivista, sono i berberi, un popolo che subì le invasioni arabe e un dominio millenario, conservando nella propria lingua (kabyle) e nei propri canti le tracce di una tradizione mai del tutto vinta o soffocata. All’articolo si accompagna una breve ma ricca presentazione di cantanti berbere, come «Najat Atabou (Marocco). Malika Dom Ran (Berbera Kabyle) […] Amina Annabi (Tunisia) Cheikha Remitti (Algeria). La mamma del Rai, la leggenda vivente legata alla trasgressività e all’audacia verbale […] Shaala Alam (popolo kurdo) […] Samia Begga e il Gruppo Emenn (Berbere Kabyle)».
Una sezione eccezionalmente ampia è quella dedicata ad “Arte e psicologia”. Nell’articolo «La musica nei tarocchi» (pp. 11-12), Ciriaca Ruggeri propone uno sguardo diverso – e non necessariamente liquidante – su un’arte antica e ricca di suggestioni, non solo al livello delle banali superstizioni, ma anche per le potenzialità creative e di riflessione filosofica. Nelle pagine seguenti è la doppia presentazione dell’opera di Yelitza Altamirano: il «quadro dal vivo – Pittura rituale» «L’iniziazione del Guerriero» (p. 12), accompagnato da uno scritto dell’artista; e la sua partecipazione ad «Artisti e autori alle Giubbe Rosse – a cura di Fiorenzo Smalzi» con la mostra «“Ccori Runto” (l’anello d’oro)». Fiore da Cremona la recensisce in un breve corsivo, carico dell’affetto e della partecipazione che solo un amico potrebbe dedicargli: «La sua dolcezza la esprime con la sapienza nei colori; la sua ingenuità la esprime nelle forme; la sua simpatia nei simboli».
Chiude questa interessante sezione «La sapienza alchemica in Hieronymus Bosch» (pp. 13-15) del medico Mauro Mugnai, forse il più affascinante tra questi articoli: un pittore fra i più discussi e carichi di mistero nella tradizione pittorica occidentale, studiato da un punto di vista originale, apparentemente contestabile, ma capace di penetrarne a fondo le oscurità, attraverso un metodo d’indagine ‘trasversale’.
A pagina 16, Mauro Batisti racconta le sue impressioni nell’esperienza del «Coro»: «Capii il valore trascendentale del coro molti anni fa mentre mi trovavo in quello stato semincoscente del dormiveglia che precede il sonno […]. Era la notte di un’ottobrata calda, ancor odorosa di mosti, quando presagii un coro d’umani che si avanzava da distanze incalcolabili. […] Orbene, quel coro di voci, avanzante, esilarante, transante, affievolentesi poi, assorbito dalle morbide sabbie del silenzio gravante all’intorno, in quell’ora campestre, mi donò l’impressione di essere stato lui pure generato da un coro più grande, rappresentato dal silenzio infinito di quell’attonito cielo».
In occasione della cerimonia di consegna del Premio “Rosa Balistreri”, a Licata, Francesco Pira dedica un lungo articolo al ricordo della cantante siciliana, la cui voce lasciò un segno indelebile nella tradizione popolare dell’isola: «Dimenticare quest’artista è impossibile. Nel suo canto, nei testi dei suoi brani c’era tanta rabbia, ma anche tanta voglia di cambiare le cose. Non una semplice lamentazione ma la consapevolezza che molto si poteva fare per la sua Licata e per la sua Sicilia ma che poco era stato fatto» (p. 17).
Alle pagine 18-19, Silvana Grippi intervista Fabio Caselli, presidente dell’Accademia musicale di Firenze: «un’associazione culturale senza fini di lucro nata nel 1987», che, non solo nelle date e luoghi di attività, presenta non poche affinità con il Centro D.E.A.
Lo spazio dedicato alle interviste si espande poi con: «Ha più di vent’anni il nostro Perseo Centroartivisive» – Federico Napoli intervistato da Alberta Bigagli (p. 20); e «Volevo una bambola brutta», intervista a Bruna Nardi de Concilio (Artista e Artigiana) di Carmelina Rotundo, che parte dall’affermazione: «niente è più terribile di una fantasia senza Buon Gusto» (pp. 21-22).
La pagina seguente ospita due articoli di alto valore culturale e sociale. «Intercity London e il Centro Popolare Autogestito FI-Sud» (p. 22) commenta le dichiarazioni di Pier Giuseppe Massai, Consigliere di Alleanza Nazionale di Sesto Fiorentino, «riguardo alla serata che si sarebbe dovuta tenere, giovedì 3 ottobre, al C.P.A., all’interno della programmazione del Festival “INTERCITY”, organizzato dal Teatro della Limonaia». Il consigliere aveva descritto il Centro come «luogo che dà rifugio a personaggi inquietanti», ignorando il vero significato e l’importanza degli incontri e spettacoli ospitati nell’«area occupata [del]l’ex fabbrica Longinotti di Viale Giannotti» (e la storia del C.P.A. conterà ben più gravi attacchi, come quello che portò all’abbandono forzato di questa sede). L’articolo (non firmato) è accompagnato da un’altrettanto anonima fotografia – ma ho avuto modo di constatare, durante le mie ricerche, che l’assenza di firma comporta in genere la presenza di un solo nome, o di una semplice sigla, sottaciuta: “sgf”. La foto in questione ritrae un backstage degli attori (diretti da Barbara Nativi) prima della messa in scena dello spettacolo “Pentecoste”, il quale, a causa delle ‘preoccupazioni’ di certi consiglieri, dovette «“trasferirsi” nei locali della Casa del Popolo “Vie Nuove”». In un breve trafiletto a fianco, la Galleria dell’Immagine D.E.A. comunica l’organizzazione (in collaborazione con il Comune di Firenze) del «Seminario-Video-Mostra-Iconografia» “Pratolini a Firenze”, che sfocerà nella pubblicazione del già citato volume di Atti del Convegno.
Decisamente schierata sul versante dell’impegno è Carla Martini, col suo “Mixage” «1990». Ma non posso non riportarne qui le parole, in una lirica tanto decisa nella critica sociale, quanto efficace nella resa espressiva: «I confini si passano / per andare e venire. / Le mura che si abbattono / trascinano culture / pietrificate, / immobili avamposti / di tecnociviltà. / Un vento di uragano / sta cavalcando i resti / di un millennio» (p. 27).
Sarà forse un poco più ridotta rispetto al numero precedente, ma è pur sempre ricca di proposte la sezione ‘creativa’ di “D.E.A. utopia”, che vede come novità principali: l’esordio di Pina Vicario in veste di ‘giallista’, con il racconto «Omicidio in Internet» (p. 29), che conferma oltretutto l’interesse sempre crescente della rivista per il mondo delle nuove forme di comunicazione; e la sezione dei “Letti per voi”, con brevi quanto stimolanti estratti dai libri di Karl Kraus ed Enzo Biagi. Anche la componente poetica presenta notevoli novità, a conferma dell’apertura della rivista alla collaborazione anche di voci ‘esterne’. Per questo troviamo, oltre alle poesie di Loretta Giannangeli, Mauro Batisti e Renato Valenti, anche l’opera di poeti pubblicati da altre case editrici: come Andrea Chiarantini e Kiki Franceschi (da “Segnali da nessun luogo” – ed. Polistampa) e Nadia Augustoni (da “grammatica del tempo” – ed. Gazebo), con un estratto dalla prefazione al suo libro di Mariella Bettarini (il tutto a p. 30).
Per la sezione “Mostre e incontri” Gigliola Caridi presenta «I paesaggi dell’origine di Teresa Lappano», la collettiva itinerante “Arte Donna” (cui partecipa come espositrice) e le Mostre estive alla Caffetteria Piansa e a Cianciano Terme (p. 31). A pagina 32, invece, Sandro Bini si autopresenta con la mostra fotografica “L’insistenza dello sguardo” e Ugo Barlozzetti racconta la ricerca in «Dipinti e grafica» di Antonio Porto.
Giunge finalmente al massimo livello di attività la Libreria Utopia, come dimostra la lunga lista di «Incontri Programmati» e l’interessante articolo «Riflessioni sul programma di appuntamenti» (p. 36). Un primo resoconto su un anno ricchissimo di attività e proposte culturali, ma anche una riflessione critica sulle motivazioni che ne hanno guidato la realizzazione, sempre in linea con i valori e gli obiettivi fondamentali del Centro D.E.A. E per concludere, chiudendo in continuità questo anno (oltre che una prima parte del mio lavoro di ricostruzione storica), non manca al suo appuntamento Franca Pilati («Rubrica», p. 38).
[continua]
Simone Rebora
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