Si temeva la neve su Firenze, nella serata di venerdì 21 gennaio: e mentre i bagagliai delle macchine si affollavano di sale e catene, e mentre nella mente dei guidatori tornavano i ricordi di quell’altro venerdì (17 dicembre), al Teatro Verdi non una nevicata, ma un vero uragano si abbatteva sul palco.
Preso posto sulle poltrone, calate le luci, la Simple Symphony di Benjamin Britten accoglieva il pubblico, sotto la direzione del maestro Carlo Tenan, mentre al fianco il pianoforte restava orfano delle sue mani, del suo pianista. Per chi era giunto fino in Via Ghibellina 101 (con il rischio costante della nevicata, a incombere sulla sua testa) solo per ascoltare i virtuosismi di Uri Caine, questo inizio sarebbe potuto risultare un poco deludente. Ma questa “sinfonia semplice” – leggera, piccola, “portatile” – era il semplice aperitivo, un piccolo assaggio, solo per stimolare l’appetito...
Ritiratasi l’orchestra, il pianoforte veniva finalmente spostato al centro del palco: e il pianista iniziava il suo “one man show”, con una serie di Improvvisazioni per solo piano e variazioni su temi classici e standard jazz. Dico “one man show”, e intendo one man whith his hands, one body with his piano: un solo corpo, una cosa sola, un vero piano-man in azione.
E nell’approccio fisico allo strumento, Uri Caine conferma pienamente le suggestioni “atmosferiche” date dal suo nome: non si è nemmeno seduto sullo sgabello, che già le sue mani stanno suonando la tastiera – ed al momento di concludere, si appende allo strumento, oscilla col suo corpo sull’ultimo accordo, ingannando anche il pubblico dall’orecchio più allenato, incerto nell’individuare il preciso momento in cui il pezzo possa considerasi concluso, per liberare finalmente l’applauso. E anche osservato da lontano, il suo corpo esprime tutta la potenza dei gesti: le mani piombano sulla tastiera, la martellano in un’apparente scompostezza, ma il suono non è mai rozzo: semmai troppo carico, troppo pieno, troppo vivo.
La terza parte dello spettacolo, Variazioni su un tema di Haendel di Johannes Brahms (per orchestra d’archi e improvvisazioni al piano – arrangiamento di Uri Caine) doveva essere il vero piatto forte della serata, ma forse (almeno a giudicare dalle reazioni del pubblico) anche un poco indigesto. Senza dubbio, esercitandosi nell’arte della variazione, e confrontandosi con due grandi maestri della storia della musica occidentale, Uri Caine dimostrava l’alto livello tecnico (e non solo fisico) delle sue qualità di pianista. E se l’alta complessità delle tessiture sonore lo testimoniava appieno, questa stessa ricercatezza forse distanziava un poco il pubblico, così catturato invece dall’esibizione precedente: un poco più “ingessato” risultava ora il pianista, e lo spartito finalmente appoggiato sul suo leggio, pareva quasi una nota stonata. Non mancavano certo momenti in cui l’istrionismo del pianista, unito a vertiginosi passaggi orchestrali, creava improvvisi vertici di coinvolgimento, ma, per il resto dell’esibizione, solo gli orecchi più allenati potevano pienamente godere (e forse, dall’alto della propria preparazione, anche criticare) lo spettacolo.
Sarebbe un errore però criticare per questo motivo una serata pienamente riuscita nei propri intenti, e ricchissima di spunti, in un ideale percorso dal “semplice” (Britten) al sempre più intricato. Inevitabili i lunghi applausi e il doppio bis – godibilissimo, nella propria leggerezza, soprattutto il secondo.
Usciti dal teatro, molti occhi rivolti al cielo stupivano nel non trovare tracce di neve, ma un brivido percorreva le membra, al ritrovare ancor più forte il gelido vento invernale: brusco ritorno alla realtà o metaforica traccia del passaggio di un hurricane al Verdi? A determinare la scelta, la “quantità di sogno residua” lasciata dal passaggio di Uri Caine.
Simone Rebora
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