LE SIGNORINE DI WILKO
dall'omonimo romanzo di Jaroslaw Iwaszkiewicz. Adattamento e Regia di Avis Hermanis
con Sergio Romano, Laura Marinoni, Patrizia Punzo, Irene Petris, Fabrizia Sacchi, Alice Torriani, Carlotta Viscovo. Scene Andris Freibergs, costumi Gianluca Sbicca, coreografia Alla Sigalova
Teatro della Pergola
Da un romanzo di Jaroslaw Iwaszkiewicz, il regista lettone Alvis Hermanis racconta al pubblico italiano la storia di Wiktor, un uomo di mezza età che decide di tornare a Wilko, il villaggio della sua giovinezza, dove ritrova cinque sorelle conosciute in gioventù. I legami, tuttavia, non possono essere immutati, e il tempo diviene il crudele strumento che cancella l’incanto del passato per riproporre incomprensioni, dolore, rimpianto, incomunicabilità.
Le signorine di Wilko sono un affresco di straordinaria potenza, grazie ad attrici di eccezionale vigore scenico e precisione, a coreografie impeccabili, calibrate con profonda attenzione, e a una sontuosa scenografia che fa da quadro a numerose invenzioni di regia di poderosa forza metaforica. I movimenti degli attori, le impalcature oniriche realizzate dalla fluttuazione delle sedie, le gabbie di vetro, manifestano un talento davvero raro.
Ma ricorrere alle metafore serve a dare potenza e forza immaginifica ad un’opera, a eludere possibili banalizzazioni; perciò, premere costantemente sull’acceleratore simbolico, senza la minima modulazione, e rinunciando totalmente alla narrazione pura, finisce per cancellare il potere di un racconto, a renderlo piatto, ripetitivo. Fino al punto che la bellezza di molte immagini finisce per apparire goffa, impacciata, quasi macchiettistica, perché un’estetizzazione delle scene tanto estrema uccide il senso stesso del teatro, che consiste nel raccontare una storia, nel renderla nostra, anziché fuori da noi stessi, distante e fredda; i diamanti senza una catena non fanno un bracciale.
Non ce ne vogliano gli amanti del balletto o dell’opera, ma, come spiega Harold Pinter ne Il compleanno, la supremazia della prosa rispetto agli altri generi teatrali sta proprio nella capacità di una narrazione diretta, immediata, lasciando agli aspetti simbolici solo il colpito di indicare i climax di un racconto:
Petey: «E’ uno spettacolo vero, questo»
Meg: «In che senso?»
P: «Non ci sono né balli né canti»
M: «E allora che fanno?»
P: «Parlano».
dall'omonimo romanzo di Jaroslaw Iwaszkiewicz. Adattamento e Regia di Avis Hermanis
con Sergio Romano, Laura Marinoni, Patrizia Punzo, Irene Petris, Fabrizia Sacchi, Alice Torriani, Carlotta Viscovo. Scene Andris Freibergs, costumi Gianluca Sbicca, coreografia Alla Sigalova
Teatro della Pergola
Da un romanzo di Jaroslaw Iwaszkiewicz, il regista lettone Alvis Hermanis racconta al pubblico italiano la storia di Wiktor, un uomo di mezza età che decide di tornare a Wilko, il villaggio della sua giovinezza, dove ritrova cinque sorelle conosciute in gioventù. I legami, tuttavia, non possono essere immutati, e il tempo diviene il crudele strumento che cancella l’incanto del passato per riproporre incomprensioni, dolore, rimpianto, incomunicabilità.
Le signorine di Wilko sono un affresco di straordinaria potenza, grazie ad attrici di eccezionale vigore scenico e precisione, a coreografie impeccabili, calibrate con profonda attenzione, e a una sontuosa scenografia che fa da quadro a numerose invenzioni di regia di poderosa forza metaforica. I movimenti degli attori, le impalcature oniriche realizzate dalla fluttuazione delle sedie, le gabbie di vetro, manifestano un talento davvero raro.
Ma ricorrere alle metafore serve a dare potenza e forza immaginifica ad un’opera, a eludere possibili banalizzazioni; perciò, premere costantemente sull’acceleratore simbolico, senza la minima modulazione, e rinunciando totalmente alla narrazione pura, finisce per cancellare il potere di un racconto, a renderlo piatto, ripetitivo. Fino al punto che la bellezza di molte immagini finisce per apparire goffa, impacciata, quasi macchiettistica, perché un’estetizzazione delle scene tanto estrema uccide il senso stesso del teatro, che consiste nel raccontare una storia, nel renderla nostra, anziché fuori da noi stessi, distante e fredda; i diamanti senza una catena non fanno un bracciale.
Non ce ne vogliano gli amanti del balletto o dell’opera, ma, come spiega Harold Pinter ne Il compleanno, la supremazia della prosa rispetto agli altri generi teatrali sta proprio nella capacità di una narrazione diretta, immediata, lasciando agli aspetti simbolici solo il colpito di indicare i climax di un racconto:
Petey: «E’ uno spettacolo vero, questo»
Meg: «In che senso?»
P: «Non ci sono né balli né canti»
M: «E allora che fanno?»
P: «Parlano».
Giulio Gori
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