Il federalismo demaniale

Lunedì 31 Maggio 2010 09:12 Alessandro Bezzi
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Con la delega al governo approvata in Commissione Bicamerale (IDV favorevole e PD astenuto) prende corpo il c.d. federalismo demaniale: l'esecutivo è autorizzato a stilare una lista di quei beni demaniali che potranno essere affidati agli enti locali per una maggiore valorizzazione economica, al fine di ridurre il debito pubblico. Già la procedura fissata dal decreto appare piuttosto caotica: si prevede l'assegnazione statale dei beni agli enti territoriali secondo sussidiarietà, competenza, etc. e secondo l'appartenenza a specifiche categorie (in primis, il demanio idrico e marittimo). Il passaggio successivo prevede la scelta da parte degli enti locali e delle Regioni dei beni di cui vogliono farsi carico, tra quelli presenti nella lista: l'attribuzione comporterebbe una riduzione delle risorse assegnate dallo Stato "nella misura pari ai mancati introiti (soprattutto canoni di locazione) sofferti dallo Stato a causa della cessione dell'immobile"(1) La possibilità per gli enti territoriali di trasformare i beni "conquistati" in fondi immobiliari in cui è ammessa la presenza di soggetti privati lascia quindi immaginare una possibile svendita o privatizzazione di beni prima statali: tanto più che l'assegnazione comporta una riduzione delle risorse finanziarie, gli enti selezioneranno SOLO quei beni finanziariamente rilevanti, dai quali potrebbero ricavare un notevole introito con l'ingresso di soci privati nella proprietà. Ecco perché, più che di federalismo demaniale, si può parlare di svendita del patrimonio statale, almeno in quella che è la parte più appetibile per soggetti privati.

 

Inutile sottolineare la scarsa lungimiranza della scelta politica di svendere i beni statali; ovviamente, scaricando la responsabilità sui Comuni saranno particolarmente sfavoriti (perché più allettati dal "miraggio" di un ricavo inatteso) quelli in una situazione economica dissestata, sollevando ancora una volta il governo da responsabilità (e critiche). Il problema della cattiva amministrazione non verrebbe risolto, e nel lungo periodo la scelta sarebbe decisamente controproducente per l'intera collettività. Ma, nel breve, le varie amministrazioni locali potranno rivendicare di aver risolto i problemi di deficit, garantendosi magari la rielezione nella successiva tornata elettorale. La sensazione, date queste premesse, è che con la scusa del "ritorno al territorio" si avvierà una sorta di "alienazione differenziata" ed ognuno dovrà rimettersi alla situazione dei rispettivi enti territoriali: ma l'attenzione alle istanze locali significa prevedere una reale partecipazione della cittadinanza, non affidarsi alla virtuosità e all'onestà di comuni che comunque non consultano la propria base locale. E che possono, comunque, addurre alle loro scelte cause di "forza maggiore" quali il deficit di bilancio (negli ultimi anni aggravatosi ulteriormente con la regionalizzazione del PSI), decisioni di livello superiore (Regione, Stato, UE) o pressioni di qualunque tipo. Senza pensare alle asimmetrie informative tra gestori tecnici ed amministratori locali, che renderebbe scarso e impreciso, anche in una gestione mista "onesta", l'effettivo controllo degli enti territoriali.

Il migliore esempio è collegato, non a caso, all'importantissimo tema della privatizzazione (per la verità, già in corso da 16 anni) delle risorse idriche: rendendo le acque minerali beni disponibili, non sarà più richiesta alcuna concessione (già ora economicamente irrisoria rispetto ai profitti) ma si arriverà alla semplice alienazione di parte del patrimonio demaniale a favore di aziende private. Per ritorno al territorio si dovrebbe intendere una più effettiva partecipazione di "chi lo vive" nei processi decisionali e nella gestione dei beni comuni (o almeno in un loro controllo davvero pubblico). Ed una scelta avveduta deve avere un orizzonte temporale ben più ampio di scadenze politiche ed economiche limitate a qualche anno: se si prefigura un processo di alienazione del patrimonio statale, che sia chiaro che è un processo difficilmente reversibile. Imboccando questa strada si rischia di non poter più tornare indietro.

alessandro_bezzi@hotmail.com

1. www.lavoce.info

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