Giulio Andreotti ha visto se stesso e ha avuto una reazione di stizza. Ieri, in una proiezione privata, il senatore a vita ha visto in anteprima “Il Divo”, il film di Paolo Sorrentino, che proprio di Andreotti parla.
Le storie nere della sua corrente DC e soprattutto il racconto dei rapporti con esponenti mafiosi, naturalmente caricati di enfasi, com’è normale che sia in un film, hanno fatto andare su tutte le furie il grande vecchio della politica italiana.
"È molto cattivo, è una mascalzonata, direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto" ha detto Andreotti.
Il film di Sorrentino partecipa al Festival di Cannes ed uscirà nelle sale italiane il 28 maggio prossimo. Conoscerne la precisione, l’efficacia e la solidità della ricostruzione non ci è al momento possibile.
Ma conoscendo il senatore a vita, vorremmo ricordare le sue responsabilità; riproponendovi quanto avevamo scritto in un articolo di un anno fa ( https://wwww.deapress.com/inchieste/beata-prescrizione.html ):
Bruno Vespa, nel suo “Porta a porta”, minacciò licenziare un tecnico della RAI: dopo l’assoluzione di Giulio Andreotti dall’accusa di mafia, volle celebrare il senatore a vita con una scritta a caratteri cubitali: “ASSOLTO”. Il grafico fece del suo meglio e riempì lo schermo in fondo allo studio, con un’insegna che ne sfiorava i margini. Troppo poco per Vespa, che inveì contro il povero malcapitato, finché questi non riuscì a inventarsi un modo per realizzare una scritta ancora più grande.
Andreotti da Vespa dichiarò la propria soddisfazione, non dimenticando di spedire strali minacciosi alla Procura di Palermo che si era permessa di sfiorare col dubbio della colpa la sua rispettabile persona.
Ma quella prescrizione era solo una tappa intermedia. Con l’avanzare dei gradi di giudizio, il caso Andreotti è arrivato in Cassazione. Il 28 dicembre 2004, il sette volte Presidente del Consiglio e quindici volte ministro, è stato assolto. Definitivamente. Ma a leggere la sentenza risulta evidente che c’è ben poco di cui esser fieri.
Andreotti è stato assolto nel merito per le accuse che riguardavano gli anni successivi al 1980. Ma è stato assolto solo per prescrizione per gli anni precedenti. In parole povere, i giudici hanno ritenuto che Andreotti abbia deciso di interrompere i rapporti con l’associazione mafiosa “Cosa Nostra”, a seguito dell’omicidio del Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella.
Sia detto, tra le righe, che la formula piena per il post-1980 in realtà non è del tutto tale: infatti i giudici della Cassazione hanno applicato ad Andreotti l’assoluzione per insufficienza di prove; non per estraneità ai fatti.
In ogni caso, le accuse di persecuzione rivolte dalla maggior parte dei media ai procuratori Giancarlo Caselli e Piero Grasso non trovano riscontro nel fatto che al senatore a vita è stato imposto di pagare interamente le spese processuali (per molti milioni di euro).
Ecco,nello specifico, un passaggio chiave della sentenza:
"Il sen. Andreotti aveva avuto piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo e poi anche Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli [Andreotti, N.d.R.] aveva, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi; che aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire ad ottenere, in definitiva, che le stesse indicazioni venissero seguite [Andreotti chiese ai boss di intervenire per limitare l'azione politica di Mattarella, senza però ricorrere all'omicidio, come invece poi invece avvenne, N.d.R.]; che aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come appunto l'assassinio del presidente Mattarella), nella sicura consapevolezza di non correre rischio di essere denunciati; che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all'omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza".
In fondo, però, poveri telegiornali, poveri giornali nazionali: come potevano inchiodare Andreotti, se persino Giovanni Paolo II si era espresso in suo favore? Già è difficile stuzzicare una persona influente come il senatore a vita; ma contraddire addirittura il Santo Padre, sarebbe stato troppo.
Del resto il Papa non solo aveva stretto la mano al povero afflitto dalla malagiustizia davanti a decine di telecamere, ma gli aveva pure destinato una lettera aperta in cui gli augurava "che queste prove ingiuste che Le tocca sopportare servano, attraverso le misteriose vie della Provvidenza, a far del bene non solo a Lei ma all'Italia".
Le storie nere della sua corrente DC e soprattutto il racconto dei rapporti con esponenti mafiosi, naturalmente caricati di enfasi, com’è normale che sia in un film, hanno fatto andare su tutte le furie il grande vecchio della politica italiana.
"È molto cattivo, è una mascalzonata, direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto" ha detto Andreotti.
Il film di Sorrentino partecipa al Festival di Cannes ed uscirà nelle sale italiane il 28 maggio prossimo. Conoscerne la precisione, l’efficacia e la solidità della ricostruzione non ci è al momento possibile.
Ma conoscendo il senatore a vita, vorremmo ricordare le sue responsabilità; riproponendovi quanto avevamo scritto in un articolo di un anno fa ( https://wwww.deapress.com/inchieste/beata-prescrizione.html ):
Bruno Vespa, nel suo “Porta a porta”, minacciò licenziare un tecnico della RAI: dopo l’assoluzione di Giulio Andreotti dall’accusa di mafia, volle celebrare il senatore a vita con una scritta a caratteri cubitali: “ASSOLTO”. Il grafico fece del suo meglio e riempì lo schermo in fondo allo studio, con un’insegna che ne sfiorava i margini. Troppo poco per Vespa, che inveì contro il povero malcapitato, finché questi non riuscì a inventarsi un modo per realizzare una scritta ancora più grande.
Andreotti da Vespa dichiarò la propria soddisfazione, non dimenticando di spedire strali minacciosi alla Procura di Palermo che si era permessa di sfiorare col dubbio della colpa la sua rispettabile persona.
Ma quella prescrizione era solo una tappa intermedia. Con l’avanzare dei gradi di giudizio, il caso Andreotti è arrivato in Cassazione. Il 28 dicembre 2004, il sette volte Presidente del Consiglio e quindici volte ministro, è stato assolto. Definitivamente. Ma a leggere la sentenza risulta evidente che c’è ben poco di cui esser fieri.
Andreotti è stato assolto nel merito per le accuse che riguardavano gli anni successivi al 1980. Ma è stato assolto solo per prescrizione per gli anni precedenti. In parole povere, i giudici hanno ritenuto che Andreotti abbia deciso di interrompere i rapporti con l’associazione mafiosa “Cosa Nostra”, a seguito dell’omicidio del Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella.
Sia detto, tra le righe, che la formula piena per il post-1980 in realtà non è del tutto tale: infatti i giudici della Cassazione hanno applicato ad Andreotti l’assoluzione per insufficienza di prove; non per estraneità ai fatti.
In ogni caso, le accuse di persecuzione rivolte dalla maggior parte dei media ai procuratori Giancarlo Caselli e Piero Grasso non trovano riscontro nel fatto che al senatore a vita è stato imposto di pagare interamente le spese processuali (per molti milioni di euro).
Ecco,nello specifico, un passaggio chiave della sentenza:
"Il sen. Andreotti aveva avuto piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo e poi anche Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli [Andreotti, N.d.R.] aveva, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi; che aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire ad ottenere, in definitiva, che le stesse indicazioni venissero seguite [Andreotti chiese ai boss di intervenire per limitare l'azione politica di Mattarella, senza però ricorrere all'omicidio, come invece poi invece avvenne, N.d.R.]; che aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come appunto l'assassinio del presidente Mattarella), nella sicura consapevolezza di non correre rischio di essere denunciati; che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all'omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza".
In fondo, però, poveri telegiornali, poveri giornali nazionali: come potevano inchiodare Andreotti, se persino Giovanni Paolo II si era espresso in suo favore? Già è difficile stuzzicare una persona influente come il senatore a vita; ma contraddire addirittura il Santo Padre, sarebbe stato troppo.
Del resto il Papa non solo aveva stretto la mano al povero afflitto dalla malagiustizia davanti a decine di telecamere, ma gli aveva pure destinato una lettera aperta in cui gli augurava "che queste prove ingiuste che Le tocca sopportare servano, attraverso le misteriose vie della Provvidenza, a far del bene non solo a Lei ma all'Italia".
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