Il risultato delle elezioni politiche di questo 2008 coincide con lo storico naufragio della sinistra italiana.
Le ragioni del tracollo sono molte e vanno individuate principalmente nell'icapacità dei dirigenti della sinistra di costruire la propria credibilità di fronte all'elettorato. Ma le responsabilità non sono soltanto loro.
Andiamo con ordine.
L'Italia è senza dubbio un paese conservatore, a tratti anche reazionario, e voler costruire un modello di società progressista ed emancipata è più difficile qui che altrove. Di fronte a questo quadro, i leader della destra hanno saputo, negli ultimi quindici anni, costruire paradossalmente un'immagine di uomini determinati e audaci: le sparate di Berlusconi, le provocazioni (al limite dell'eversione) dei leghisti, vanno ricondotte a questa logica. Una logica vincente che, purtroppo, a sinistra e al centro non hanno saputo né voluto capire.
Veltroni e Bertinotti, Prodi e Rutelli, e con loro tutti gli alti dirigenti della sinistra e del centro, si sono baloccati per anni col tira e molla tra posizioni diverse, col cerchiobottismo, con accenti pavidi e confusi. Memorabile la frase dell'allora segretario dei DS, Piero Fassino, sull'immigrazione: "Bisogna affrontare il problema con fermezza e con umanità", mentre, nello stesso momento, Berlusconi esponeva un punto di vista chiaro, semplice e immediato.
L'italiano medio ha bisogno di certezze, che si traducono, sul piano politico, in conservatorismo (e qui la sinistra parte necessariamente svantaggiata) e in politiche chiare e (almeno in apparenza) risolute. Su questo punto, la sinistra-centro ha completamente fallito.
In secondo luogo, non può essere sottovalutata la scelta autolesionistica di Veltroni di correre da solo. Scelta che è risultata fallimentare su tutti i fronti: su quello del PD, perché non ha saputo guadagnare i voti sperati al centro dell'elettorato, e su quello della Sinistra Arcobaleno; potrà sembrar strano, ma la sinistra ha due possibilità in questo paese: presentarsi come forza per una coalizione di governo (e quindi come formazione più moderata ma che ha effettivamente possibilità di incidere sulle politiche del paese) o come forza antagonista. Sinistra Arcobaleno non è, allo stato attuale, né l'una, né l'altra cosa, perché non può credibilmente concorrere per la vittoria e, d'altro canto, ha percorso troppe strade impervie e pericolose (missione di guerra in Afghanistan su tutte) per potersi presentare come coalizione di rottura.
In terzo luogo, c'è il problema dell'atavica incapacità di spiegare perché Berlusconi non sia un politico potabile: basterebbe semplicemente spiegare in pubblico le sentenze di prescrizione che ha subito per impedirgli qualsiasi velleità politica. Ma non viene fatto; e il perché è presto detto: anche a sinistra-centro ci sono dei prescritti e su di loro gioca la spada di Damocle della ritorsione. Per fare un esempio lampante, Massimo D'Alema è un prescritto per una tangente, intascata molti anni fa, quando era segretario regionale del PCI in Puglia.
Infine, c'è il problema dei problemi, quello che nessuno degli sconfitti si è nemmeno immaginato di raccontare: se l'elettorato sceglie in massa, com'è successo in nord Italia, di votare Lega Nord, la colpa non è solo della sinistra, ma anche dell'elettore stesso. Se si ha intenzione di percorrere una strada di maturazione e di crescita, bisogna prendere atto che l'elettore non è necessariamente 'buono', 'virtuoso', 'disinteressato'. E' necessario, quindi, spiegare senza mezzi termini quale onta possa essere per l'intero paese la vittoria di movimenti che fanno della xenofobia uno dei cavalli di battaglia. E bisogna, una volta al governo, risolvere una volta per tutte il problema del conflitto di interessi, perché purtroppo, e qui Berlusconi ha ragione, "quello che non passa in televisione non esiste". Piccole esperienze di libera informazione e persino il lavoro dei grandi giornali diventa spesso una questione onanistica, perché, in ogni caso, si rivolgono a persone culturalmente non arretrate, che hanno un'idea politica già formata e chiara.
Se si vuole cambiare questo paese, bisogna combattere con le armi dei forti, bisogna che la RAI diventi pubblica (come la BBC) e non più statale e lottizzata (come adesso), bisogna che le frequenze siano assegnate ai legittimi proprietari, bisogna sforzarsi per impedire la formazione di cartelli che rappresentano la negazione, non solo dei diritti della collettività, ma persino degli stessi principi del liberalismo e del liberismo. Vale a dire che questo paese ha bisogno di una rivoluzione liberale, ancor prima di realizzare una rivoluzione di sinistra.
Altrimenti rimarremo schiavi di "Studio Aperto", del suo mondo fatto di cronaca nera e di veline, di manicheismo spicciolo in cui l'immigrato è "male" e le tette sono "bene".
Giulio Gori
Le ragioni del tracollo sono molte e vanno individuate principalmente nell'icapacità dei dirigenti della sinistra di costruire la propria credibilità di fronte all'elettorato. Ma le responsabilità non sono soltanto loro.
Andiamo con ordine.
L'Italia è senza dubbio un paese conservatore, a tratti anche reazionario, e voler costruire un modello di società progressista ed emancipata è più difficile qui che altrove. Di fronte a questo quadro, i leader della destra hanno saputo, negli ultimi quindici anni, costruire paradossalmente un'immagine di uomini determinati e audaci: le sparate di Berlusconi, le provocazioni (al limite dell'eversione) dei leghisti, vanno ricondotte a questa logica. Una logica vincente che, purtroppo, a sinistra e al centro non hanno saputo né voluto capire.
Veltroni e Bertinotti, Prodi e Rutelli, e con loro tutti gli alti dirigenti della sinistra e del centro, si sono baloccati per anni col tira e molla tra posizioni diverse, col cerchiobottismo, con accenti pavidi e confusi. Memorabile la frase dell'allora segretario dei DS, Piero Fassino, sull'immigrazione: "Bisogna affrontare il problema con fermezza e con umanità", mentre, nello stesso momento, Berlusconi esponeva un punto di vista chiaro, semplice e immediato.
L'italiano medio ha bisogno di certezze, che si traducono, sul piano politico, in conservatorismo (e qui la sinistra parte necessariamente svantaggiata) e in politiche chiare e (almeno in apparenza) risolute. Su questo punto, la sinistra-centro ha completamente fallito.
In secondo luogo, non può essere sottovalutata la scelta autolesionistica di Veltroni di correre da solo. Scelta che è risultata fallimentare su tutti i fronti: su quello del PD, perché non ha saputo guadagnare i voti sperati al centro dell'elettorato, e su quello della Sinistra Arcobaleno; potrà sembrar strano, ma la sinistra ha due possibilità in questo paese: presentarsi come forza per una coalizione di governo (e quindi come formazione più moderata ma che ha effettivamente possibilità di incidere sulle politiche del paese) o come forza antagonista. Sinistra Arcobaleno non è, allo stato attuale, né l'una, né l'altra cosa, perché non può credibilmente concorrere per la vittoria e, d'altro canto, ha percorso troppe strade impervie e pericolose (missione di guerra in Afghanistan su tutte) per potersi presentare come coalizione di rottura.
In terzo luogo, c'è il problema dell'atavica incapacità di spiegare perché Berlusconi non sia un politico potabile: basterebbe semplicemente spiegare in pubblico le sentenze di prescrizione che ha subito per impedirgli qualsiasi velleità politica. Ma non viene fatto; e il perché è presto detto: anche a sinistra-centro ci sono dei prescritti e su di loro gioca la spada di Damocle della ritorsione. Per fare un esempio lampante, Massimo D'Alema è un prescritto per una tangente, intascata molti anni fa, quando era segretario regionale del PCI in Puglia.
Infine, c'è il problema dei problemi, quello che nessuno degli sconfitti si è nemmeno immaginato di raccontare: se l'elettorato sceglie in massa, com'è successo in nord Italia, di votare Lega Nord, la colpa non è solo della sinistra, ma anche dell'elettore stesso. Se si ha intenzione di percorrere una strada di maturazione e di crescita, bisogna prendere atto che l'elettore non è necessariamente 'buono', 'virtuoso', 'disinteressato'. E' necessario, quindi, spiegare senza mezzi termini quale onta possa essere per l'intero paese la vittoria di movimenti che fanno della xenofobia uno dei cavalli di battaglia. E bisogna, una volta al governo, risolvere una volta per tutte il problema del conflitto di interessi, perché purtroppo, e qui Berlusconi ha ragione, "quello che non passa in televisione non esiste". Piccole esperienze di libera informazione e persino il lavoro dei grandi giornali diventa spesso una questione onanistica, perché, in ogni caso, si rivolgono a persone culturalmente non arretrate, che hanno un'idea politica già formata e chiara.
Se si vuole cambiare questo paese, bisogna combattere con le armi dei forti, bisogna che la RAI diventi pubblica (come la BBC) e non più statale e lottizzata (come adesso), bisogna che le frequenze siano assegnate ai legittimi proprietari, bisogna sforzarsi per impedire la formazione di cartelli che rappresentano la negazione, non solo dei diritti della collettività, ma persino degli stessi principi del liberalismo e del liberismo. Vale a dire che questo paese ha bisogno di una rivoluzione liberale, ancor prima di realizzare una rivoluzione di sinistra.
Altrimenti rimarremo schiavi di "Studio Aperto", del suo mondo fatto di cronaca nera e di veline, di manicheismo spicciolo in cui l'immigrato è "male" e le tette sono "bene".
Giulio Gori
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