Not In My Back Yard (non nel mio giardino):è lo slogan che i rappresentanti degli interessi forti, quelli economici, mettono pretestuosamente in bocca ai comitati popolari quando questi ultimi hanno qualcosa da ridire riguardo l’istallazione di impianti industriali, militari e quant’altro sul territorio dove essi vivono. Fermo restando la falsità di questa interpretazione delle critiche popolari, il Nimby potrebbe apparire un concetto egoista, un modo per non farsi carico dei problemi della società. Questo discorso richiama inevitabilmente alla mente le drammatiche vicende relative all’emergenza rifiuti che si stanno succedendo in Campania. Sono davvero così egoisti i campani da non volersi fare carico dello smaltimento dei loro stessi rifiuti? A mio avviso il problema è ben più profondo e può essere posto in questa maniera: cui prodest scelus,is fecit! E, dunque, cui prodest? Al singolo consumatore, l’utilizzo di beni che causano direttamente o indirettamente inquinamento, non giova affatto. Anzi lo danneggia.
Facciamo alcuni esempi relativi a beni di prima necessità. Il più lampante è l’acqua minerale, venduta, solitamente, in contenitori di plastica. Ormai acquistare acqua minerale è diventata una necessità visto che l’acqua potabile che arriva nelle nostre case non può certo dirsi adatta ad essere bevuta quotidianamente e la maggior parte delle sorgenti naturali sono ormai irrimediabilmente inquinate dalle emissioni industriali. Le industrie, quindi, si arricchiscono senza preoccuparsi del danno ambientale e, questa noncuranza, consente minori spese e,dunque, maggiori profitti. Le stesse industrie imbottigliano l’acqua in contenitori più possibile pratici e funzionali al trasporto e alla vendita, traendone nuovi profitti. Il consumatore, invece, è costretto a pagare per un bene, oltre che fondamentale alla vita, di cui è pieno il mondo ma che ci è stato in poche decine di anni reso inutilizzabile. Deve trasportarlo fino alla propria abitazione e, come se non bastasse, deve anche farsi carico a sue spesse di smaltirne il contenitore.
Un simile ragionamento può essere fatto per un’infinità di beni come ad esempio tutti quegli alimenti che vengono confezionati per ragioni di trasporto e di conservazione. Ragioni funzionali, cioè, a chi vende e in minor misura a chi consuma. Gli alimenti in barattolo (carne, pesce, ortaggi e quant’altro) è innegabile che siano di qualità nettamente inferiore agli stessi alimenti freschi. Tuttavia questi ultimi sono diventati un lusso; in parte per il loro costo e in parte per la minore possibilità di conservazione . Cosicché si è in pratica costretti ad acquistare alimenti scadenti ma più economici che ci mettono di fronte al problema di smaltire il loro contenitore. L’immissione nel mercato di queste materie inquinanti giova a chi le produce, le distribuisce e le smercia ai danni dei consumatori che, oltre a dover consumare prodotti di infima qualità, sono anche tacciati di egoismo o di menefreghismo se non provvedono a proprie spese alla loro eliminazione.
La stessa raccolta differenziata che è oggi l’unica arma, sebbene insufficiente,che abbiamo per contrastare l’inquinamento dovrebbe gravare sulle rendite industriali. Chi produce inquinamento, per giunta guadagnandoci, sia responsabile delle politiche ambientali volte a contenerlo. La popolazione, vittima inerme di queste logiche di mercato, ha non solo la facoltà di manifestare il proprio dissenso a questa sorta di pseudo-ambientalismo, ma anche il diritto di non preoccuparsi di trovare un’alternativa ad un problema di cui non è causa, né diretta né indiretta.
Matteo Staglianò - DEApress