La scomparsa di Enzo Biagi addolora profondamente il mondo del giornalismo italiano. Se n’è andato uno dei grandi maestri di questo mestiere. Asciutto, elegante, pacato, eppure così ostinato nel proprio rigore etico.
Biagi, che aveva 87 anni, è stato uno dei più importanti testimoni della storia dell’Italia repubblicana. Fu lui, il 25 aprile 1945, ad annunciare alla radio la liberazione di Milano dal nazifascismo, chiudendo così la pagina più nera della nostra storia.
Per ricordarlo, senza frasi fatte o banalità, vogliamo usare le sue parole, quando si congedò dal pubblico de “Il fatto” su RaiUno, dopo l’editto bulgaro di Berlusconi. Un esempio straordinario di stile, di intelligenza e di passione:
"...Ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto, cioè i programmi, e chiede che due giornalisti, Biagi e Santoro, dovrebbero entrare nella categoria dei disoccupati. L'idea poi di cacciare il comico Luttazzi è più da impresario, quale del resto lei è, che da statista.
Cari telespettatori, questa potrebbe essere l'ultima puntata de "Il fatto"; dopo ottocentoquattordici trasmissioni non è il caso di commemorarci: eventualmente è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti.
[...] Signor presidente Berlusconi non tocca a lei licenziarmi. Penso che qualcuno mi accuserà di uso personale del mio programma, che del resto faccio da anni, ma in questo caso per raccontare una storia che va al di là della mia trascurabile persona e che coinvolge un problema fondamentale: quello della libertà di espressione".
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