
Oggi ho riaperto il libro “La deontologia del giornalista”. Un libro che ognuno di noi, giornalisti, pubblicisti o scrittori che godono della libertà di comunicazione del pensiero e delle opinioni, dovrebbe avere ben presente durante la stesura dei propri manoscritti. Ho usato il condizionale, non a caso. La professione del giornalista è in continua evoluzione, da quel famoso 1440, anno dell’invenzione da parte di Gutenberg della stampa a caratteri mobili. Oggi la notizia viene maneggiata, modellata e investita di ruoli e poteri che molto spesso non ha. Mi viene da pensare che, forse, abbiamo dimenticato le regole che stanno alla base di questa professione. La professione del giornalista è cambiata, ma come? Una domanda facile dalle molteplici e difficilissime risposte. Non voglio entrare nel merito di una ricerca storica, anche se ne varrebbe la pena, ma questo articolo non vuole essere una ricerca, ma una riflessione. In tutto il mondo i giornali vengono chiamati “free press”, la “stampa libera”, tranne che in Italia. Non è un mistero che in Italia la stampa sia dichiaratamente “di parte” . Ma non è solo questo il motivo del perchè in Italia, il giornalista, o aspirante tale, sta perdendo sempre più di credibilità. Spesso e volentieri troviamo articoli simili, se non uguali, riportati da un giornale all’altro e spesso senza nemmeno riportare la firma del vero autore. Altre ancora ci dimentichiamo delle carte di Treviso o di Roma ma, molto più spesso, ci dimentichiamo proprio della nostra coscienza, pubblicando “notizie” che non sono nemmeno tali. E’ questa la soluzione per la crisi che sta vivendo la carta stampata??? Bisogna adottare il metodo Murdoch? Io non sono d’accordo. Non è mettendo in prima pagina la vita dei minori o il dolore dei famigliari che hanno appena perso una figlia o tantomeno ricamando le notizie ad hoc, che i giornali si venderebbero di più. Bisogna tornare alla base, alle quattro colonne che hanno costruito questa professione, che insieme agli storici hanno scritto la storia del mondo intero. Libertà d’informazione, ricerca della verità, rispetto della persona e soprattutto imparzialità. Lo so, leggere queste "regole" insieme ci fa pensare, che se dovessimo rispettarle tutte non potremmo scrivere un articolo, ma in realtà non è cosi. Tutto questo si riassume in una sola parola: ONESTA! “La deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero,in questa semplice e difficile parola: onestà. E’ una parola che non evita gli errori, essi fanno parte del nostro lavoro. Perché è un lavoro che nasce dall’immediato e che da i suoi risultati a tambur battente. Ma evita le distorsioni maliziose quando non addirittura malvagie, le furbe strumentalizzazioni, gli asservimenti e le discipline di fazione o di clan di partito. Gli onesti sono refrattari alle opinioni di schieramento – che prescindono da ogni valutazione personale – alle pressioni autorevoli, alle mobilitazioni ideologiche “ Cosi scriveva Il grandissimo maestro Indro Montanelli in “Il dover essere del giornalista” nel 1989, e non c’è niente da aggiungere. A volte una sana autocritica ci aiuta a migliorare ed essere migliori. La nostra onestà nella stesura dei nostri articoli arriverà a chi legge. Cerchiamo di trasformare la stampa italiana in “free press”. Una presa di coscienza collettiva potrebbe far diventare realtà ciò che per ora è solo un’utopia.
Rezarta Selam Eminaj
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