Per i diritti delle donne yemenite

Martedì 31 Maggio 2011 13:55 Simone Rebora
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Ridurre le distanze. Lottare contro la diffidenza e la paura, scardinare le tacite logiche del disinteresse, per aprire un dialogo con la comunità umana, per invitarla ad ascoltare – ma soprattutto a chiedersi un perché.

È quanto ha tentato di fare, nella serata di Lunedì 30 Maggio, presso la suggestiva sede delle Murate, Nadia Al-Sakkaf, giovane giornalista yemenita e direttrice dello “Yemen Times”: nella sua voce viva e sentita, tutta la passione e l’impegno di quelle “bouches inutiles” che ancora oggi, all’alba del terzo millennio, devono lottare e rischiare la propria vita, per affermare l’assoluta insensatezza di quella pretesa “inutilità”.

L’incontro, organizzato a cura del Lyceum Club Internazionale di Firenze, ha richiamato un ricco e folto pubblico, che ha ghermito la piccola sala dell’ex-carcere fiorentino ben oltre le più rosee aspettative (e al limite della disponibilità di sedie). L’intervento della Al-Sakkaf è stato preceduto da molteplici introduzioni. Prima fra tutte, la colta premessa di Maria Grazia Beverini Del Santo, che ha rievocato le più antiche e profonde suggestioni stimolate dal nome di quel paese lontano – suggestioni che riconducono nuovamente ad una figura femminile: la mitica Regina di Saba, Bilqis. A sottolineare la partecipazione attiva del Comune di Firenze a questa iniziativa, ha preso poi brevemente la parola il Presidente del Quartiere 1, Stefano Marmugi, prima che il microfono (presto rifiutato, a favore della viva voce) passasse all’ospite principale della serata.

Già nell’impostazione scelta, Nadia Al-Sakkaf si è subito distinta per sensibilità e potenza comunicativa. Appena ricevuta la parola, Nadia ha chiesto gentilmente di poter “passeggiare tra il pubblico”, sottolineando un bisogno ancor più forte dell’ufficialità dell’evento: quello di stabilire un dialogo immediato, e soprattutto umano, con il pubblico. L’immediatezza era forse indebolita da una leggera barriera linguistica (la giovane giornalista, infatti, si esprimeva in un limpido inglese – tra l’altro immediatamente tradotto), ma la comunicazione era viva nei gesti, nelle intonazioni e nel coinvolgimento presto ottenuto: giocando ad un questionario Vero/Falso sulle donne yemenite, proiettando immagini e video-inchieste (CNN e Al-Jazeera) ma soprattutto toccando i nodi sensibili di una condizione sofferta e ricca di contraddizioni. Era qui che emergeva, per esempio, che donne arruolate nell’esercito, dotate di patente di guida e spesso alla guida di intere famiglie, non potevano poi permettersi un’educazione superiore: e – contraddizione nella contraddizione – i bambini allevati nelle famiglie gestite da queste donne, dimostravano poi un grado di istruzione superiore agli altri. Ma ciò che più muove all’indignazione, è la profonda “legalizzazione” di questo stato di cose: in cui il valore della vita di una donna è quantificato come pari alla metà di quello di un uomo, in cui un matrimonio può essere imposto anche ad età improponibili (celebre il caso di Nujood, che ottenne il divorzio all’età di 10 anni), in cui le sevizie e violenze sono spesso taciute o messe a tacere – servendosi soprattutto di mezzi “legali” come il matrimonio.

Una frase che spesso è tornata nella lunga perorazione di Nadia Al-Sakkaf: “we need your help”, sottolinea come l’intento primario di questa conferenza non sia stato solo quello di presentare una condizione, ma anche quello di far sì che questa condizione potesse finalmente emergere. Perché a parte i casi celebri e più pubblicizzati (spesso per ragioni avulse da reali interessi umanitari), quella delle donne yemenite è una vita che passa nell’ombra, occultata dalle grandi logiche dello “sviluppo internazionale”. Nadia Al-Sakkaf si è così presentata al pubblico fiorentino come rappresentante della Watan Coalition, una coalizione per i diritti delle donne yemenite, che paradossalmente rappresenta il 50% della popolazione, ma conta solo 50 attiviste.

Per far sì che queste donne non rischino l’isolamento o subiscano l’insensata condanna “per aver fatto sentire la propria voce”, occorre che queste poche voci trovino la giusta eco internazionale, che le tenga in vita e le rafforzi. In questo, la scelta delle giornaliste dello “Yemen Times” riporta alla principale tra le qualità della mitica Bilqis: la sagacia, l’intelligenza. Perché la prima barriera da superare per vincere questa battaglia, non è solo culturale, ma principalmente linguistica: se una voce non vuol correre il rischio di essere soffocata, di cadere nel mormorio indistinto, deve saper rendersi comprensibile per il maggior numero possibile di persone. E in questo senso, la scelta della lingua inglese, se avrà comportato un piccolo disagio per il pubblico delle Murate, ha anche permesso alle parole di giornaliste come Nadia Al-Sakkaf di non cadere nel vuoto, per diffondersi attraverso la world wide web delle comunicazioni internazionali.

Per noi italiani, forse troppo a lungo cullati dal nostro idioletto (non solo linguistico, ma anche politico), il primo insegnamento da trarre dalle parole di Nadia Al-Sakkaf, è la necessità di imparare a guardare fuori dalle nostre mura protette, per comprendere meglio non solo il mondo, ma soprattutto noi stessi.

per DEApress, Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 31 Maggio 2011 20:54 )