La comunicazione è un fenomeno di portata universale, che si può realizzare non solo tra uomini e culture diverse, ma anche fra i molteplici linguaggi e forme di espressione.
È quanto ha permesso di sperimentare venerdì primo luglio, nella splendida sede della “Barbagianna: una casa per l’arte contemporanea”, il musicista, poeta e calligrafo Ahmed Ben Dhiab. La sua esibizione, essenziale e quasi scarna nell’apparato scenico, ha condotto gli ascoltatori attraverso uno sviluppo ad infinitum di suoni e parole, arricchendo a tal punto il suo substrato monotonico, da renderlo piattaforma vibrante per una “piena risonanza” dell’ambiente circostante – realizzando, nel dialogo tra musica, corpo e parole, una comunicazione impossibile con il pubblico.

Come tiene a sottolineare Ben Dhiab, la sua arte “non significa nulla”, ma è proprio in questa assenza di significato, che si realizza il contatto più profondo con i suoi fruitori. Il suo canto mistico è per l’appunto una piattaforma comunicativa, che sviluppa le sue potenzialità espressive interrogando continuamente se stessa. Ed attraverso l’introspezione, conduce all’innalzamento.
Questo “canto melopoietico” delle terre del Maghreb potrebbe richiamare la tradizione dei trovatori, oppure le tecniche di meditazione dei monaci tibetani, ma mette soprattutto e ancora una volta in crisi – in un’epoca in cui forse il “postmoderno” è già divenuto storia – le distinzioni “di genere” nell’arte. Come ha sottolineato Massimo Mori commentando l’esibizione dell’amico poeta, con Ahmed Ben Dhiab “il mezzo vocale non è più mezzo, ma risultato della poesia”.
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E ricollocando la serata del primo luglio all’interno del più ampio progetto dell’“Archivio della Voce dei Poeti” (inaugurato lo scorso 25 giugno, ed ospitato in maniera permanente nella sede della Barbagianna), la voce di Ahmed diverrà forse testimonianza di come la poesia, al giorno d’oggi, necessiti in primo luogo di riaffermare le sue più profonde radici “fisiologiche” e comunicative, per salvaguardare la propria genuina espressività.
Per DEApress, Simone Rebora
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