In viaggio sulla linea tramviaria n°19, la più lunga della capitale.
Ore 17.30. Piazza Risorgimento, Roma.
Capolinea della linea tramviaria numero 19.
Salgo su quel trenino color verde bottiglia in stile “retrò” aspettando lo scoccare del minuto ‘35, quando il conducente azionerà la leva di partenza.
Quattordici chilometri da percorrere, quattordici chilometri di rotaie, cinquanta fermate lungo il percorso. Questi sono solo alcuni dei numeri della rete tramviaria più lunga della capitale ai quali però dobbiamo aggiungere la cifra più importante. Decine, centinaia di persone che ogni giorno affollano le sue carrozze in attesa di giungere alla propria meta.
Mi siedo su uno dei posti ancora liberi vicino alla porta di entrata.
Oggi ho dimenticato a casa “La fata carabina” di Daniel Pennac e il mio mp3 è completamente scarico. Non potrò trascorrere quell’ora che mi separa da casa con i miei passatempi preferiti. Leggere un libro e ascoltare musica è ciò che più mi piace fare durante i miei “viaggi urbani”; mi ricorda l’atmosfera che si respira nelle metrò delle grandi città europee. Tutti che si dedicano a far qualcosa nell’assoluto silenzio e rispetto di ciò che sta facendo il passeggero seduto a fianco; minuti in cui si scollega la spina dal caos in superficie, dal traffico, dai clacson, dai motorini che sfrecciano ai semafori, dal rumore delle migliaia di scarpe che si muovono sui marciapiedi.
C’è chi legge un libro, una rivista, un quotidiano; c’è chi ascolta musica, chi riguarda sull’agenda gli appuntamenti della giornata, chi è immerso nei suoi pensieri, chi scambia due parole “silenziose” con l’amico o il fidanzato. Insomma, ognuno occupa quei minuti con quello che la frenesia cittadina non permette di fare in altri momenti aspettando di risalire in superficie per rimmergersi nel caos metropolitano.
Un buon modo per crearsi il proprio angolino di tranquillità anche quando i ritmi delle grandi città non lo permettono e le nostre teste sembrano frigoriferi costellati di post-it che ci ricordano gli impegni della giornata.
Oggi però devo trovare un’alternativa per passare il tempo così, mi inizio a guardar intorno, ad osservare il popolo del trasporto pubblico così diverso dal popolo degli affezionati alle quattro ruote che trascorrono ore in file interminabili ai semafori e agli incroci.
Per chi, come me, non sopporta stare incolonnati in auto per decine di minuti, con il piede tra la frizione e il freno, aspettando di mettere la seconda per una frazione di secondo prima che il semaforo ritorni rosso, sarebbe impossibile immergersi nel traffico romano.
Così, in assenza di un mezzo alternativo -ho dovuto abbandonare la mia fedelissima bicicletta, non consiglio a nessuno di attraversare sulle due ruote Via Tiburtina, una tra le strade più trafficate di Europa-, ho acquistato l’abbonamento mensile ed ho iniziato ad avventurarmi per le strade romane, ad attraversare piazze e rioni, ad ascoltare lo stridere delle rotaie del tram guardando la città dal finestrino.
Ecco che partiamo; il trenino si muove sinuosamente sulle rotaie e avanza lungo il suo percorso.
Certo, non è l’ultimo modello di ingegneria meccanica e a volte si blocca a causa dei cali di tensione elettrica. In questo caso i passeggeri più nervosetti, partendo da un’inefficiente organizzazione della mobilità, allargano le polemiche fino a scomodare il nostro Giorgio Napolitano; altri, un po’ più tranquilli e con un maggior senso della misura si limitano ad esclamare un “ci risiamo”.
Altri ancora, ne sono sicura, imprecano contro il sistema con la stessa forza dei primi a differenza che loro lo fanno nei loro pensieri rendendo visibile solo la smorfia di chi sta sopportando una gran scocciatura.
Altri, la prendono con leggerezza tenendo ben presente che siamo a Roma e non a Berlino dove l’autobus o il tram “spacca il minuto” arrivando perfettamente nell’orario indicato dai led luminosi posti ad ogni fermata.
Continuiamo la nostra corsa fermandoci a ciascuna delle cinquanta fermate della linea 19; osservo i volti degli altri passeggeri.
Dove staranno andando? Da dove arrivano? Cosa avranno fatto prima di salire sul tram e cosa faranno una volta scesi? A cosa penseranno?. Non lo so ma mi diverte dare una risposta, mi diverte immaginarmi la giornata tipo di una persona che incontro solo sul tram durante quei minuti in cui aspetta di arrivare a destinazione per poi dileguarsi dietro le porte che si richiudono.
La comunità dei passeggeri è varia, multicolore e abbraccia tutte le generazioni.
I più piccoli, appena usciti da scuola, con zainetto in spalla e “pizza bianca” tra i denti (così è chiamata la mia toscana schiacciata), accompagnati dal nonno, dalla baby-sitter o da mamma e papà, sono incuriositi dallo strano trenino dai movimenti simili a quelli di un millepiedi, osservano con gli occhi pieni di stupore il conducente che muove su e giù la leva della corrente e si divertono a decifrare gli strani segnali dei semafori del tram.
I ragazzi e le ragazze più grandicelli si posizionano al centro dei due vagoni proprio nel punto in cui si trova quella sorta di pedana ruotante che permette al tram di curvare; con quell’aria da scialla
-tipica espressione capitolina per dire a qualcuno di prendersi e prendere le cose con tranquillità senza preoccuparsi troppo- brandiscono i loro Iphone 4, ascoltano musica, inviano sms, mms, twitterano, postano e taggano su face book oppure chiacchierano tra di loro e tra un annamo e un daje aspettano la loro fermata.
Ci sono tanti stranieri; una di loro, con accento sudamericano, parla al telefono con l’amica della giornata di lavoro appena conclusa: lavora in un’impresa di pulizie ed oggi ha fatto gli straordinari.
Accanto a lei quattro giovani indiani.
Con il loro mercatino ambulante, gelosamente custodito in grosse buste di plastica chiuse con delle corde di stoffa che meglio consentono di portare il peso sulle spalle, se ne stanno silenziosi con gli occhi un po’ tristi in attesa di giungere nelle affollate vie del centro dove venderanno la loro mercanzia.
Di fronte a me una famigliola di asiatici. Padre, madre e due piccoli dagli occhi a mandorla; i genitori parlano nella loro lingua -chissà cosa si staranno dicendo- mentre i due maschietti giocano con pupazzetti colorati.
Sono tanti gli asiatici in questa città; sono gestori di bar, di ristoranti, di negozi di abbigliamento e di accessori –in Via Principe Eugenio, vicino alla stazione Termini, si vedono solo insegne luminose di ideogrammi cinesi- e il prossimo 14 gennaio, in piazza del Popolo, insieme al sindaco Alemanno e l’Ambasciatore cinese, verrà celebrato il capodanno.
Alla fermata davanti al Palazzo della Marina salgono due anziane signore; tengono in mano una abjour acquistata sicuramente al mercatino di rigattieri che ogni prima domenica del mese si tiene nello spazio adiacente alla fermata. Le rughe del loro volto segnano un’espressione di serenità mentre commentano soddisfatte l’acquisto appena fatto mostrando l’ilarità di un bambino che ha appena ricevuto il suo regalo di compleanno.
Sono ormai in dirittura d’arrivo; sono trascorsi 58 minuti ed è il momento si scendere. Mi alzo e mi avvicino alle porte d’uscita; al mio posto si siede un distinto signore sulla cinquantina con tanto di impermeabile modello Sherlock Holmes, occhialino da intellettuale e valigetta.
Sarà forse un medico, un professore, un assicuratore, un avvocato?
Le porte a soffietto del tram si aprono ed inizio a scendere i tre scalini che mi separano dal marciapiede.
Domani un'altra corsa, insieme ad altri passeggeri, insieme ad altri volti, ad altre vite.
Chissà se, al posto del nostro Sherlock Holmes versione made in italy, ci sarà un musicista con tanto di chitarra in spalla, un giovane calciatore che si dirige al campo di allenamento trascinandosi il borsone della squadra o un’anziana signora con il bastone alla quale cederò volentieri il posto.
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