Ciao Enzo che hai scritto l'altra storia di Firenze
Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
che tu risvegli la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza gli occhi indelebili,
da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.
Non voglio che vacillino il tuo riso né i tuoi passi,
non voglio che muoiala mia eredità di gioia,
non bussare al mio petto, sono assente.
Vivi nella mia assenza come in una casa.
E' una casa sì grande l'assenza
che entrerai in essa attraverso i muri
e appenderai i quadri nell'aria.
E' una casa sì trasparente l'assenza
che senza vita io ti vedrò vivere
e se soffri, amor mio, morirò nuovamente.
Nel suo penultimo libro stampato per conto della Manifestolibri 2008,
“CRISTIANESIMO RIBELLE”, Enzo Mazzi, affrontando il tema della morte e commentando una frase di Padre Zuccaro: ”Alla morte, tutto è morto”, cercava risposta nella poesia di Neruda, scritta qua sopra, e così rifletteva:
“...Quando muore una persona a noi cara ci sentiamo soli e vuoti.Ma come potremmo provare tale sensazione se la solitudine e il vuoto non fossero già parte integrante della nostra identità profonda?Finchè quella persona cara era in vita ci sembrava che essa riempisse la nostra esistenza. Non avremmo potuto vivere senza di lei: ne eravamo certi.
Eppure ora, dopo la sua morte, continuiamo a vivere. L'assenza è svuotamento che ci riporta al nucleo più profondo di noi. Da lì partiamo e ripartiamo sempre alla ricerca dell'altro, a cominciare dall'altro che è in noi. E non ci riempiamo mai. Nemmeno un po'. Il vuoto non svanisce. La ricchezza delle relazioni, per quanto intensa e appagante, non annulla il vuoto. Come si fa ad annullare il nulla? Come si fa a svuotare il vuoto? Dunque il vuoto è creativo.”
Eppure ora, dopo la sua morte, continuiamo a vivere. Ma in che modo? Per quanto mi riguarda, mi guardo attorno e mi sento sola e vuota. Tanto mi ha dato Enzo. Nella sua valigia, andandosene per sempre, ha portato via una fetta della mia vita: 40 anni che lo hanno visto mio Maestro prediletto, specchio di saperi e di ideali.
Devo a lui l'amore e il desiderio per la “gestazione planetaria e globale della speranza”perchè la speranza è la grande nemica del POTERE: dà la possibilità creativa di realizzare gli ideali e di vederli vivere nel contesto. E così, si può con il concorso di tante e tanti, far nascere e crescere un progetto di democrazia sul territorio e dargli forma, consistenza e continuità.
Ma soprattutto lo ringrazio per il suo affetto e per la fiducia che riponeva in me, e che non ho mai sentito venir meno, neppure quando la mia frequentazione con la Comunità dell'Isolotto si è fatta più sporadica. Pur se il mio pensiero è rimasto lì, le mie gambe dovevano andare ad esplorare altri luoghi più o meno vicini. Ma anni prima, quando ero ancora una giovane donna , già“impegnata”, la sua vicinanza mi aveva fatto crescere e diventare una novella Pandora forte e fragile allo stesso tempo, consapevole però che “ se ci credi, si può fare”.
Mi ricordo che una domenica , in Piazza dell' Isolotto, alla fine dell' assemblea, Enzo mi regalò una bella mela rossa. “Questa è la mela della conoscenza” mi disse. Ne fui felice, anche se non riuscii ad aprire bocca. C'era con lui una complicità intellettuale che non ci ha mai lasciato
Ed Enzo è stato una trasmissione di saperi e fautore, insieme alla Comunità dell'Isolotto della crescita socioculturale di questo quartiere. E della città. E direi del nostro Paese. Sottolineo la parola “insieme”alla sua Comunità, perchè come scrive:...”tutto mi era accaduto insieme...così insieme tutto mi accadrà dopo, in una rete di relazioni, niente affatto idilliache ma difficili e complesse...”. Ed Enzo desiderava e privilegiava il lavoro in rete.
In tal senso, un ultimo ricordo. Nei primi anni '90, ci fu nella sede del Consiglio di quartiere una riunione importante.Rappresentanti di varie associazioni per i diritti e la solidarietà stavano discutendo insieme ai Rom su alcune scelte importanti per la loro vita nel nostro territorio. Ed io che ero la consigliera per la multiculturalità la coordinavo. Proposi di invitare i Rom del campo del Poderaccio a presentare testimonianze della loro cultura, come canti e danze, nel cerchio domenicale in Piazza dell'Isolotto. La proposta fu accolta, anche se qualcuno manifestava alcune perplessità. Non per la Comunità dell'Isolotto che li accolse nella sua piazza aperta.
Scrive Enzo: “Erano straordinariamente eleganti le dodici coppiedi giovani Rom che danzavano in mezzo al cerchio in piazza dell'Isolotto, quella domenica mattina...Era una giornata fredda e la piazza era spazzatadalla tramontana pungente di Monte Morello come da un ghiacciaio. Tuttavia danzarono a lungo, accompagnati da melodie sensuali e malinconiche. E recitarono poesie d'amore e cantarono canzoni di nostalgia per un'identità eternamente negata.”
Ciao Enzo che hai scritto l'altra storia di Firenze,” delle sue sconfitte e i suoi successi, nel protagonismo popolare e sociale, nel suo tessuto civile di associazionismo solidale e di volontariato, nelle nuove pratiche che affiorano dal basso, nelle esperienze di pertecipazione e democrazia diretta”
Manuela Giugni
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