La musica può produrre miracoli di suoni, di note, di colori e quando questo avviene, raramente, ci si riempie di meraviglia e di vitalità. Tanto è accaduto a Matera, quando il suono di Fabrizio Bosso ha ridato alla musica di Nino Rota quello che da tempo aspettavamo: la sensibilità di recupero. Bosso è alto nel suo suonare, nel fare delle note di Rota qualche cosa che vada ben oltre lo schematismo cinematografico. Infatti il programma proposto da Bosso e dall'Orchestra della Magna Grecia nell'auditorium "Gervasio" di Matera (con un palco risicato per un organico del genere), è quello del progetto messo su da Stefano Fonzi, quell'Enchantment del titolo, che è poi il titolo del cd omonimo, omaggio al centenario della nascita del geniale Rota. Fonzi crea una suite dei temi più conosciuti di Rota e naturalmente mette assieme il quartetto jazz di Bosso coniugato al sinfonismo, recuperando quella formula degli anni settanta, nata dal rock sinfonico (basti ricordare i Deep Purple) ed emigrato al jazz. La formula con Rota funziona anche se Fonzi, non si sa per quale motivo emozionale, cerca di coniugare il modernismo rotiano con un certo sentimentalismo in stile morriconiano poco aderente alle ricercate sonorità della interessante coniugazione d'intenti. Certamente la parte da leone la fa Bosso con il suo quartetto composto dal pianista Claudio Filippini (mortificato da un pianoforte inadeguato e a dir poco mal messo), dal contrabbassista Rosario Bonaccorso e dall'eccezionale batterista Lorenzo Tucci. Il miracolo avviene proprio quando i linguaggi si uniscono e quando parte l'improvvisazione e l'enchantment accade ogni volta che la tromba di Bosso interpreta la filosofia psicologica del canto rotiano, di un fondamentale senso di perdita e di abbandono, senso di una vita vissuta senza fermarsi ad aspettare ciò che non c'è più. Peccato che nella nostra grande Italia, quella della cultura, il centenario rotiano sia passato inosservato, segno di come, ancora oggi sia scomoda la sua musica, così come quando in vita veniva messo all'angolo dai grandi critici e da certi suoi colleghi che non capivano e non potevano capire tanta spiritualità, tanta serenità-serietà di un uomo al di là di ogni temporaneo essere, di una forma assente di musica sensibile, rara sì, ma perfettamente rotiana. Fabrizio Bosso dal suo canto, ha incarnato questo senso, dotato di una spiccata musicalità che travalica i luoghi comuni e soprattutto quei generi che intristiscono così tanto lo sviluppo di tutta la musica.
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