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Appello per i 300 eritrei in grave pericolo

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Abbiamo ricevuto una lettera che dice di una petizione per il ministero dell'interno, per poter salvare dalla morta queste 300 persone. Ve la riporto qui di seguito:

"Ricevo un appello e ve lo giro, chiedendovi di farlo circolare e di inviare una mail al Ministro dell'Interno Roberto Maroni, all'indirizzo mail  Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Nel caso vi tornasse indietro, poiché nelle ultime 24 ore risulta intasato dalla quantità di mail ricevuta,
provate corrispondenzaviminale@interno.it
300 eritrei (uomini, donne e bambini) che l'Italia ha respinto in Libia sono stati ferocemente picchiati e tutti, inclusi i feriti gravi, rinchiusi in container nel deserto senza acqua, cibo o cure mediche dal 30 giugno. Trovate articoli su questo sull'Unità di ieri e di oggi. 
Si può mandare una breve mail o copiare il testo dell'appello che da ieri circola in rete (che scrivo qui di seguito). In ogni caso occorre fare presto.
Grazie.

" Io, Nome e Cognome, 
sono convinto che un Paese civile non possa essere complice di un crimine contro l'umanità.
Fermate il massacro dei prigionieri eritrei in Libia"

 

Qui di seguito un articolo su questa storia, tratto integralmente da: http://www.notiziegenova.altervista.org/

«Aiutateci, stiamo morendo». Uomini e donne deportati nel deserto, stipati in conteiner e «picchiati ogni due ore». E’ la sorte dei 300 eritrei “puniti” dalla polizia libica per il tentativo di rivolta del 29 giugno nel “lager” di Misurata. Il Consiglio italiano per i rifugiati lancia un appello al governo italiano e al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: accogliere in Italia quei 300 rifugiati, salvandoli da morte certa. «Secondo testimonianze dirette raccolte questa mattina – scrive il 2 luglio il Cir – i rifugiati sono stati sottoposti a forti maltrattamenti e sono tenuti in estrema scarsità di acqua e di cibo. Alle persone che presentano ferite e gravi condizioni di salute non sono fornite cure mediche».

 Eritrei in Libia

Secondo la denuncia del Consiglio italiano per i rigugiati, molti prigionieri sono feriti ed estremamente debilitati dopoun viaggio nel deserto, rinchiusi in container di metallo per oltre 12 ore: dall’alba al tramonto del 30 giugno. Il centro di Sebha, dove li hanno trasferiti, si trova nel mezzo del deserto del Sahara dove attualmente la temperatura supera i 50 gradi.
Il Cir fa notare che tra le persone ci sono numerosi rifugiati eritreirespinti nel 2009 dalle forze italiane dal Canale di Sicilia in Libia. Anche in riferimento al trattato di amicizia italo-libico già la sera del 30 giugno il Cir aveva chiesto l’intervento del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e del ministro degli Esteri, Franco Frattini, di fronte all’eminente pericolo di vita di molte persone.

Il dramma si sta ulteriormente aggravando, scrive Umberto De Giovannangeli su “L’Unità”, il quotidiano che per primo ha dato voce alla denuncia. «Per salvare la vita ai circa trecento eritrei che si trovano ora rinchiusi nel centro di detenzione di Sebha.

il governo italiano deve muoversi immediatamente usando tutti i mezzi diplomatici e tutte le pressioni politiche del caso», afferma il parlamentare Pd Jean LeonardTouadi, che critica il «silenzio imbarazzante» del ministro degli esteri Frattini: «Se dovesse proseguire – aggiunge Touadi – getterebbe un’ombra pesante sulla credibilità internazionale dell’Italia».

Per Touadi, siamo di fronte a una «palese violazione del diritto internazionale»: Roma deve «intervenire su Tripoli» e, di fronte alla «negazione dei diritti umani», l’Italia dovrebbe interrogarsi «sull’opportunità degli accordi sui “respingimenti” con il governo libico». Per salvare la vita ai prigionieri, continua Touadi, il governo italiano «deve muoversi immediatamente, usando tutti i mezzi diplomatici e tutte le pressioni politiche». Le autorità diplomatiche della nostra ambasciata a Tripoli sono state informate: la situazione a Sebha è grave. «Il governo italiano – conclude Touadi – ha solo 48 ore di tempo per non incorrere nel gravissimo reato di non assistenza a persone in pericolo e di correità per deportazioni di massa» (info: www.unita.it).

 
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