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Carmelo Musumeci - "Nato colpevole"

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Prefazione di Francesca Barca

H­o conosciuto Carmelo grazie al mio lavoro: ho aperto uno dei tanti comunicati che arrivano alla mail di una redazione. Si trattava della lettera di un ergastolano. Ho risposto, domandando di poter pubblicare regolarmente gli scritti di questa persona[1]; dall'altra parte non ho trovato la voce di Carmelo ma quella di Nadia Bizzotto dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Apg23) che era il suo tramite con il mondo “di fuori”. Era il 2013.

Ho conosciuto Carmelo innanzitutto leggendolo, poi scambiando messaggi con lui. Carmelo non aveva accesso alle mail all'epoca: e così Nadia si occupava di “portare” le e-mail fuori e dentro il carcere.

Ho (ri)conosciuto Carmelo attraverso le prime e-mail scritte di suo pugno. La prima e-mail da “semi libero” l'ho ricevuta nel dicembre del 2016. Non ci siamo mai incontrati. Non ancora.

La prima volta che ho parlato al telefono con Carmelo è stato solo un paio di anni dopo il nostro primo contatto: tra la fine del 2016 e la metà del 2017 ho ricevuto il manoscritto di “Nato colpevole”. Mi venne chiesto di leggerlo, mi sono offerta di farne una rilettura.

Una simpatia per lui, la curiosità per la sua storia, il mio interesse e la mia criticità rispetto al carcere, e l'opportunità, reale, di far parlare chi il carcere lo vive, sulle colonne di un giornale, seppure piccolo, che ha come vocazione quella di dare una voce a chi non ha uno spazio altrove. In Italia le persone detenute sono quasi 60mila[2] (circa il 4% sono ergastolani): persone di cui si parla poco e che, soprattutto, non parlano.

Ecco come mi ritrovo qui, a scrivere queste righe.

Per molto tempo non ho nemmeno approfondito la storia personale di Carmelo, ovvero le ragioni per le quali si trova in prigione: sapevo che Carmelo era un ergastolano ostativo, un ergastolano a cui sono rifiutati i benefici previsti per il regime dell'ergastolo (il regime di semilibertà, la libertà condizionale e alcuni tipi di permessi) perché la persona rifiuta di diventare “collaboratore di giustizia”; sapevo – perché ho letto le sue testimonianze – che Carmelo ha subito anche il 41bis[3].

Non l'ho fatto, non mi sono informata sulla sua storia (la domanda classica “ma ha combinato per finire lì?”) credo, perché quella voce meritava uno spazio a prescindere. Mi interessava leggerla, mi interessava che fosse ascoltata. Mi sembrava – mi sembra tutt'ora – giusto che sia presente.

Parlo di “merito”, appunto. Il “merito” è legato all'onore per una cosa che si è fatta, per un'opera compiuta. Ma è legato anche al concetto di colpa. Si premia, si punisce, “secondo il merito”. E forte, ancora, il termine richiama il concetto di “responsabilità”. Nell'onore meritato, come nella colpa, l'individuo è responsabile. Dell'onore, come dell'onere.

In questo caso, nel caso della storia e degli scritti di Carmelo – e più in generale della sua presenza, della sua presa di parola pubblica – quello che rimane a me, da lettrice, è la responsabilità.

La responsabilità, pregna e densa, di chi ha subito violenza, di chi ha fatto subire violenza, di chi ha pagato, di chi ha reagito e di chi ha preso parola, pubblicamente, “politicamente” nel senso più ampio e bello che questo termine può contenere.

La responsabilità è quella che ai miei occhi che torna e ritorna leggendo “Nato colpevole”: il ragazzino che ha vissuto la violenza (sulla quale non ha “colpa” alcuna), che l'ha praticata (quando inizia ad essere “responsabile”?), che ne ha abusato e l'ha inferta all'altro. Il ragazzo e l'uomo, poi, che ha vissuto la detenzione e che ha continuato ad esistere.

E ancora, c'è la responsabilità, questa volta collettiva, della presa in carico, pubblica, di quel dolore e di quella violenza. Il carcere ci domanda, ci chiede una risposta “altra”. L'ergastolo, una pena senza fine e senza fini, è un buco nero nel senso di responsabilità collettiva.

“Nato colpevole” è una riflessione in forma di racconto. È lo sguardo del Carmelo di oggi sul Carmelo bambino, sul Carmelo ragazzo. Carmelo che mette in fila le sofferenze e le azioni che hanno portato all'uomo che è oggi.

Scrive Carmelo, senza vergogna, senza vanto, senza compiacimento, con garbo. Descrive l'amore, descrive il dolore, descrive le scelte fatte, il male subito, quello imposto. A tratti la lettura di “Nato colpevole” può essere fastidiosa. Non c'è filtro: se è “facile” leggere di un bambino maltrattato, meno facile è entrare nella storia di quel bambino che, una volta ragazzo, arriva prende a pugni una donna o a uccidere un uomo. O che, ancora, dell'adolescente che a quindici anni è stato legato a un letto di contenzione per una settimana. Come mi ha detto Carmelo «sono sì nato colpevole, poi io ci ho messo del mio a diventarlo». Ma, anche, ci ha messo del suo a uscire, a far uscire la sua voce, a esistere.

Cosa è successo a Carmelo? A 36 anni è stato arrestato e condannato all'ergastolo ostativo. Era il 1991. Le accuse: omicidio, associazione mafiosa, delitti contro il patrimonio e spaccio di cocaina. Carmelo era alla testa della lotta tra i clan che ha infiammato la Versilia tra gli anni Ottanta e Novanta per il controllo del gioco d’azzardo e dello spaccio.

Carmelo è entrato in carcere con la licenza elementare, all'Asinara ha ripreso gli studi e da autodidatta ha terminato le scuole superiori. E poi ha conseguito tre lauree: Scienze Giuridiche, Giurisprudenza e Filosofia. E poi scrive: tanto, di tutto, con tenacia, garbo e coraggio.

La produzione di Carmelo è incontenibile («L’unica scelta che mi è rimasta è quella della morte, o di scrivere per continuare ad esistere al di là del muro di cinta[4]»). Si espone, più di tanti molto più “liberi”. Oggi, in Italia, è certamente una delle voci più conosciute contro la pena dell'ergastolo[5].

Il suo ergastolo, dopo 24 anni, è stato trasformato da “ostativo” a “ordinario”, cosa che gli permette di godere del regime di semilibertà, che consiste nell'uscire dal carcere la mattina e di rientraci la sera: durante la giornata svolge attività di volontariato presso una struttura di Apg23. Sul suo certificato di detenzione il fine pena resta l'anno 9.999.

La sua storia merita di essere letta e ascoltata: ci parla di colpa e di violenza, di repressione e perdono, e di responsabilità, pubblica e personale.

Francesca

Francesca Barca è giornalista. Dal 2013 è coordinatrice editoriale di AgoraVox Italia.

 


[1]    https://www.agoravox.it/Carmelo-Musumeci

[2]    http://www.antigone.it/quattordicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/

[3]    https://www.agoravox.it/L-Asinara-negli-anni-Novanta-l.html

[4]    https://www.agoravox.it/L-Assassino-dei-Sogni-raccontare-l.html

[5]             «Angelo, la pena per essere capita, compresa e accettata, deve avere una fine, una pena che non finisce mai non può essere capita, compresa e accettata». https://www.agoravox.it/Motta-Visconti-quale-sarebbe-la.html

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