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Non solo art. 18 PDF Stampa E-mail
Scritto da Riccardo Fratini   
Martedì 24 Gennaio 2012 14:08

Sono in corso trattative del Governo per modificare l'assetto del lavoro.

Elsa Fornero non esprime decisioni ma dichiara la sua volontà a prendere provvedimenti condivisi pur essendo nella convinzione di dover attuare riforme necessarie.

Riguardo l'art. 18 dichiara: “Mi fermerò dove me lo chiede Monti” ma non ci sono dichiarazioni chiarificatrici, non delineano un percorso ma fanno sapere che non sarà un tabù. L'opinione pubblica saprà a cose fatte.

L'art. 18 è sicuramente un diritto da tutelare nel massimo rispetto dei lavoratori. Quello stesso rispetto che viene a mancare nonostante l'art. 18.

Nell'inchiesta di “La Repubblica” di venerdì, 20 gennaio, infatti, viene alla luce un fattore inquietante quanto ormai consolidato: due milioni di lavoratori al momento dell'assunzione tracciano con un'unica firma la propria assunzione e le proprie dimissioni. Un ricatto intollerabile che viene consumato ai danni soprattutto di lavoratrici dove la maternità diventa un rischio di mancanza di lavoro; ma riguarda anche gli operai.

Una promessa e un inganno. “In pratica” – spiega Pasquale De Dilectis, direttore provinciale del patronato Acli di Napoli, “al momento dell'assunzione le aziende fanno firmare al lavoratore un foglio completamente in bianco, o magari una pagina già completa senza una data in cui il neo dipendente presenta le proprie dimissioni. Questa lettera viene custodita dal titolare che così può decidere, in ogni momento, di mandar via il lavoratore senza doverlo licenziare e dunque mettendosi al riparo da cause e contenziosi”.

Si può essere “dimissionati” – spiega l'articolo – per decine di pretesti ma i motivi più frequenti sono la nascita di un figlio, una malattia, l'età, i rapporti con il sindacato. O ancora – raccontano alle Acli – per lo scadere dei benefici della legge 407 del 1990 che permette ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato di non pagare per tre anni i contributi al neo dipendente che vanno a carico direttamente all'Inps.

Uno scenario cinicamente drammatico che sussiste nonostante l'art. 18.

Sarebbe un buon lavoro, da parte del responsabile del Welfer al Governo e il suo entourage, verificare, controllare e bloccare con severe sanzioni, civili e penali, questa ripugnante modalità.

 
“Tanto per ridere” ...in francese PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Davitti   
Martedì 24 Gennaio 2012 12:05

A l’Institut Francais Sant-Luis cinema e divertimento

L’Institut Français Sant-Luis di Roma ha aperto mercoledì 18 gennaio, con la proiezione del film Un pure affaire, il ciclo “Tanto per ridere”, rassegna cinematografica francofona dedicata alla commedia.

Dieci i film in programma ai quali il pubblico potrà assistere gratuitamente fino al 28 marzo tutti i martedì in prima serata e i mercoledì in replica pomeridiana.

Fondato nel 1945 dal filosofo Jacques Maritain, il centro culturale Sant-Luis, unico a Roma, propone un vasta scelta di attività volte alla conoscenza e alla diffusione della cultura francese.

Un calendario ricco di appuntamenti -conferenze, dibattiti, mostre, presentazioni di libri, rassegne cinematografiche- che mirano a coinvolgere la collettività nel suo insieme, a rappresentare e ad aprire uno sguardo sulla realtà contemporanea francese.

Fiore all’occhiello della cultura francofona, l’Institut Français Sant-Luis si conferma, ancora una volta, luogo di incontro, di aggregazione, di scambio culturale mantenendo e rafforzando continuamente quella vocazione pedagogica espressa fin dalla sua costituzione.

Visitando la pagina on-line -www.saintlouisdefrance.it- è possibile consultare il calendario dettagliato della rassegna cinematografica “Tanto per ridere” ideata perché “la commedia è un genere che sì ci fa ridere, ma anche scoprire, riflettere e reagire; sa diversificarsi e giocare con tutti i generi” secondo quanto affermato dagli organizzatori.

Primo incontro: il film Un pure affaire diretto da Alexander Coffre con François Damiens e Pascale Arbillot. Candidato a tre nomination in occasione della 14° edizione del Festival International du Film de Comédie de l’Alpe d’Huez, vincitore del premio speciale della giuria e del premio alla miglior interpretazione maschile e femminile, il film è una divertente e coinvolgente commedia dei giorni nostri in cui una l’apparente tranquillità di una tipica famiglia borghese verrà sconvolta da un’insolita scoperta che cambierà le sorti dei protagonisti.

La causa? Il ritrovamento di una borsa lasciata da uno sconosciuto in un parco.

A farne la scoperta David Pelame. Ormai prossimo ai quaranta, David si trova a fare i conti con una carriera da avvocato mai avviata, un matrimonio sull’orlo della crisi e due figli adolescenti con i quali non riesce a comunicare.

La notte di Natale, in seguito ad un battibecco con la moglie, decide di uscire a portare fuori il cane, unico momento in cui riesce a liberarsi dal peso delle mura domestiche. Camminando per il parco vicino casa David trova una borsa contenente  cocaina abbandonata in un cespuglio da un pusher inseguito dalla polizia.

Che farne? Forse David ha trovato il modo per cambiare la sua vita, per riscattarsi e riscattare le sorti di una famiglia in crisi. Forse, ma non dimentichiamo che i soldi non fanno la felicità e nessun televisore al plasma, macchina nuova o orecchino di diamante potranno far scomparire i problemi.

Tra decisioni al confine della legalità, scambi di battute e scene esilaranti David e la sua compagna Christine riscopriranno i valori e i sentimenti che la routine quotidiana aveva eclissato.
 
Costa Concordia come il Colosseo PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Davitti   
Martedì 24 Gennaio 2012 11:53

Al Giglio per una foto con il gigante del Mediterraneo.

Sono trascorsi dieci giorni da quando, sulle prime pagine delle principali testate giornalistiche e sui principali canali televisivi d’informazione, è apparsa la notizia di quel colosso nautico di 114.500 tonnellate in bilico sullo scoglio davanti all’Isola del Giglio.

Dieci giorni in cui l’attenzione del pubblico si è congelata sull’immagine di quella nave da crociera che avrebbe dovuto portare i suoi 4000 passeggeri alla scoperta delle meraviglie del Mediterraneo e che invece, ha tragicamente interrotto la propria rotta in uno dei punti più suggestivi della costa Tirrenica, incagliandosi tra gli scogli di una piccola meraviglia dell’arcipelago toscano di 1.500 abitanti, quasi un terzo dei passeggeri della Concordia.

Dalla notte del 13 gennaio la vista dell’orizzonte è occupata dal quel gigante dei mari che copre la linea del tramonto e la foto in primo piano stampata sui quotidiani e sulle riviste sembra un prodigio della grafica e della tecnica del fotomontaggio.

Purtroppo però la realtà è quella che tutti sappiamo; tanti superstiti ma anche vittime e dispersi e un possibile disastro ambientale che potrebbe ripercuotersi sull’intero ecosistema dei nostri mari. Una piccola petroliera - così è stata definita - che potrebbe riversare nelle cristalline acque della costa dell’Isola del Giglio tonnellate di gasolio provocando un danno irreversibile per l’habitat naturale.

Le cause di quello che è stato l’evento tragico che ha inaugurato il 2012 appaiono avvolte nel mistero.

Giorno dopo giorno emergono nuove circostanze: l’allarme lanciato in ritardo, il “sabotaggio” del computer del capitano, la telefonata tra il comandante Schettino e quello della capitaneria di porto, la ragazza moldava con cui, secondo alcuni, il comandante avrebbe trascorso la serata tra una bevuta e l’altra e ancora, problemi di comunicazione e di organizzazione tra l’equipaggio e i passeggeri, scialuppe di sicurezza insufficienti e scatola nera rotta.

Insomma, tutti elementi attorno ai quali si potrebbe scrivere una sceneggiatura di tutto rispetto; un film in puro stile hollywoodiano con grandi star famose e file di spettatori ai botteghini.

Chissà, forse qualcuno ci sta già pensando; qualche cinico materialista ha davanti a sé un’occasione da non perdere e il successo sarebbe assicurato vista l’attenzione mediatica che ha ricevuto questa notizia.

L’audience, da quel 13 gennaio, ha iniziato a seguire la vicenda come segue la sua soap opera preferita in televisione. Un voyerismo dilagante che vede gli sfortunati passeggeri della concordia protagonisti della storia e il comandante Schettino il primo imputato di questo disastro.

Un’attenzione morbosa che è culminata con una notizia pubblicata due giorni fa che ha scatenato in me un profondo senso di indignazione dal quale non ho potuto esimermi dal riflettere.

“Arrivano i 'turisti del dolore': in 1.080 sono sbarcati al Giglio ma non sono soccorritori. Il sabato prima del naufragio gli sbarchi erano stati 131. Al Giglio hanno riaperto bar, ristoranti, alberghi”. Rai- news24 ha aperto così l’articolo apparso sul sito il 21 gennaio dedicato a quello che definisce “turismo del dolore”. Centinaia di persone “in gita al Giglio per la foto con il relitto”; biglietti esauriti dei traghetti che fanno la spola tra la costa e l’isola; curiosi muniti di macchina fotografica che non aspettano altro di appendere la foto ricordo con lo sfondo di quel gigante che sta affondando e rendendo la situazione sempre più critica sia per il ritrovamento di eventuali superstiti sia per la minaccia ambientale.

Una piccola isola presa d’assalto in un periodo in cui la sua popolazione raggiunge appena 700 abitanti; bar, ristoranti e alberghi - generalmente chiusi- hanno dovuto riaprire la loro attività per ospitare chi, anche solo per una notte, ha voluto essere testimone di un tragico evento in cui quindici persone hanno perso la vita e le speranze per i superstiti diminuiscono precipitosamente ogni giorno che passa.

Attorno al dolore di chi ha perso un familiare, al terrore di chi ha vissuto quei momenti, all’impegno della protezione civile e di tutte le forze coinvolte nell’operazioni di queste settimane per evitare il peggio, c’è chi pensa a farsi una gita fuori porta per dire “io c’ero”,  a pagare l’affitto di una camera e il viaggio per raggiungere l’isola e c’è chi ci guadagna, albergatori, ristoratori, compagnie  di servizio per il traghettamento.

Un nuovo modello di speculazione, quello del “turismo del dolore”, che ha portato nelle tasche degli operatori turistici cifre che nei mesi invernali si avvicinano allo zero.

Con questo non voglio dare la colpa agli addetti al settore turistico i quali, inaspettatamente, si sono ritrovati l’isola affollata di “turisti” come d’estate.

Non sono neanche alla ricerca di un capro espiatorio sul quale scaricare le colpe, bensì, inevitabilmente, mi trovo a riflette sulle dinamiche che hanno scatenato tutto questo.

A volte, le logiche mediatiche e in particolare quelle televisive hanno la spiacevole controindicazione di suscitare reazioni che estraniano lo spettatore dalla realtà reale -perdonatemi il gioco di parole- catapultandolo in una realfiction in cui le vicende della cronaca quotidiana si trasformano in storie che esulano dalla tangibilità dei fatti collocandosi al limite del confine tra realtà e finzione.

Tutto ciò può essere riassunto in quel termine caposaldo della dialettica televisiva dei nostri tempi, insita nel mondo giornalistico e nelle modalità di “far notizia”: spettacolarizzazione.

Un fenomeno dal quale, pertanto lo spettatore ne possa essere consapevole, è praticamente impossibile uscirne, benché le reazioni di chi quotidianamente è bombardato da una quantità indefinita di informazioni siano diverse e fortunatamente non sempre creano esodi verso i luoghi delle tragedie.

La comunicazione visuale, e in particolare quella della televisione, è una particolare tipologia di comunicazione che si differenzia dalla classica logica  che vede l’emittente formulare un messaggio che il ricevente accoglie, codifica ed interpreta all’interno di un processo bidirezionale.

La comunicazione televisiva è unidirezionale ed avviene secondo la logica di un unico emittente che rivolge il messaggio ad una molteplicità di riceventi i quali non hanno, per definizione, possibilità di interagire o ribattere.

Inoltre, i riceventi sono concepiti come un insieme omogeneo e indifferenziato; conseguentemente non si tiene conto delle loro singole caratteristiche, posizione sociale o livello di conoscenza riducendo i messaggi ad un livello di omogeneità tale che impedisce l’argomentazione approfondita inserendosi perfettamente nel concetto di cultura di massa.

Medium d’informazione ma anche strumento di persuasione e di controllo sociale, la televisione rischia sempre di più di trasmettere un’immagine della realtà riflessa su di uno specchio deformante che impedisce di entrare in possesso di informazioni il più possibile vicine alla realtà dei fatti.

La notizia della folla di curiosi che invade la piccola isola del Tirreno solo per una foto ricordo è un fatto sociale da non sottovalutare - non dimentichiamo che la Concordia è stata mediaticamente paragonata al Titanic scatenando nell’audience associazioni mentali al limite della razionalità-  e la televisione continua ad esercitare una forza attrattiva che non lascia illesi.

Chissà se gli operatori televisivi avevano previsto questa reazione e se pensavano di dar vita ad un esodo vacanziero “mordi e fuggi” alla scoperta del gigante del mare.

A voi le considerazioni.

Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Gennaio 2012 13:35
 
L’Amleto del Carretto alla Pergola PDF Stampa E-mail
Scritto da Simone Rebora   
Domenica 22 Gennaio 2012 14:29

Teatro del Carretto
AMLETO
da William Shakespeare

con Alex Sassatelli, Elsa Bossi, Giacomo Vezzani, Nicolò Belliti, Giacomo Pecchia, Carlo Gambaro, Andrea Jonathan Bertolai

scene e costumiGraziano Gregori
suono Hubert Westkemper
luci Angelo Linzalata
adattamento e regia Maria Grazia Cipriani

Teatro della Pergola, 17-22 Gennaio 2012

Un Amleto che certo lascerà perplessi molti spettatori, quello proposto dal Teatro del Carretto e giunto alla Pergola di Firenze con un curriculum già di tutto rispetto (finalista al Premio UBU 2010 e candidato al Premio “Oscar dei Teatri” per la scenografia).

Una storia fatta letteralmente a pezzi, una diegesi insostenibile – con i lunghi e strascicati monologhi del protagonista, nel susseguirsi furioso e quasi insensato delle singole scene. Eppure, allo spettatore che lascia il teatro vuoi anche deluso e frustrato, certe immagini si sono impresse indelebilmente nella memoria, ed il subconscio continua lento a ruminarle per giorni e giorni.

Perché questo Shakespeare bistrattato è una delle più potenti incarnazioni postmoderne del suo genio. Ormai irriconoscibile, ricomposto da frantumi che più non si sorreggono, l’Amleto del Carretto è una profonda riflessione sulla sua psiche del suo protagonista, a tal punto potenziata da divenire trappola per lui stesso. Come pedine di un gioco da lui giocato, i personaggi gli si muovono attorno privi di spessore, in pantomime al limite del ridicolo e spettrali apparizioni notturne; e nella scena finale del duello con Laerte, ripetuto per due volte (prima sulla scacchiera e poi sul palco) anch’egli si scopre pedina di se stesso, e con le sue mani decreta la sua morte.

A rendere ancor più efficace questa impostazione, è la splendida scenografia: tre semplici tende purpuree che imprigionano il protagonista al loro centro – con evidente richiamo alle pareti del manicomio, ma anche ai ricchi tessuti di Elsinore, sempre più sporchi di vino e sangue. Perché tra i molti tagli al testo originale, spicca quello del finale arrivo di Fortebraccio, inorridito dal “carnaio” nella reggia, ma capace di ristabilire il suo legittimo potere sul trono, e dare ad Amleto degna sepoltura. Qui nulla di tutto questo: se “c’è del marcio in Danimarca”, questo non potrà più essere lavato in alcun modo…

Fascinoso e controverso, questo Amleto del nuovo millennio potrà non piacere a chi ha amato il grande testo shakespeariano, e certo risulterà incomprensibile – se non proprio insulso – per chi non lo conosca appieno. Esempio forse non perfettamente riuscito di meta-teatro, quest’ultima produzione del Carretto conferma la straordinaria abilità raggiunta dalla compagnia nelle rese sceniche, negli effetti coreografici, sonori e cromatici, ma pecca infine di un’eccessiva estetizzazione, laddove lo scavo nell’interiorità del protagonista sfocia in un paradossale appiattimento della sua psiche.

Per DEApress, Simone Rebora

tutte le foto di Filippo Brancoli Pantera, su gentile concessione dell'Ufficio Stampa Fondazione Teatro della Pergola

 
DEApress Reportage al Giglio PDF Stampa E-mail
Scritto da Silvana Grippi   
Domenica 22 Gennaio 2012 00:00

Reportage del 22 gennaio 2012

Il gruppo DEApress reporter domenica 22 è sbarcato all’Isola del Giglio per un servizio giornalistico in diretta sul disastro umano ed ecologico procurato  dalla nave Costa. Il gruppo DEApress lavora sul campo ogni qualvolta ci sono situazioni di cronaca e problemi sociali, per cui i volontari cercano di dare una visione consapevole e fuori dal coro delle situazioni in diretta. L'attenzione è stata rivolta più alla situazione contingente e immediata della situazione ambientale, quindi la ricerca e le domande sono state tutte rivolte verso la sensibilità ecoambientale e non "d'avvoltoi della comunicazione" che cercavano di indiividuare cosa avrebbe poturo essere importante per vendere la "notizia" e cosa scoprire "di non detto". Abbiamo verificato che alcune ditte già stavano correndo contro il tempo per poter organizzare delle pompe di aspirazione per quando usciranno i vari inquinanti: il carburante ed i vari oli combustibili.

La nave, attualmente,  è circondata e perlustrata in continuazione e stanno cercando ancora corpi attraverso squarci che vengo aperti con microcariche di esplosivo. Il mare viene tenuto in costante osservazione e cercano di sondare un eventuale abbassamento o scivolamento del relitto. La situazione è sembrata in piena attività con molti militari di vari corpi, sono state montate molte tende da campo per i primi soccorsi,  la mensa e le riunioni operative e servizi stampa, il tutto è coordinato dalla protezione civile. Abbiamo assistito alle procedure di recupero e alle interviste di vari telegiornali del mondo: il piccolo molo sembrava un set cinematografico.
Ci sembra opportuno segnalare la pericolosità del fatto che la nave è molto vicina alla costa ed è piena di carburante, di oli, di tensioattivi, di acidi e solventi: e l’estrazione non è ancora iniziata.
Per il momento non si vedono macchie inquinanti nel mare, se non qualche chiazza lievissima di olio lubrificante, ma il pericolo è costante.
A seguire alcune foto della nave che sembra essere diventata parte del paesaggio costiero.




foto di Silvana Grippi

Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Gennaio 2012 12:05
 
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