Terra 3.0: l'ultima speranza per salvare il pianeta
Altro inciampo per il nucleare italiano: Le Commissioni congiunte Attività produttive e Ambiente della Camera hanno bocciat la nomina del candidato del ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo all'Agenzia per la sicurezza nucleare. La scelta di Michele Corradino, stretto collaboratore della Prestigiacomo e attuale capo di gabinetto del ministero dell'Ambiente, era già stata bocciata in precedenza, ma la maggioranza aveva denunciato presunte irregolarità nelle procedure ottenendo la ripetizione della votazione. "Non è servito” spiegano Raffaella Mariani e Andrea Lulli del PD “Infatti, anche la seconda volta l'esito è stato negativo, per di più con numeri ancora più disastrosi di ieri". Lo scrutinio per Corradino è stato infatti spietato: 49 "no" a fronte di 28 "sì". "Dietro questa clamorosa bocciatura ci sono sia ragioni legate allo specificio tema in discussione, sia questioni tutte interne al duro confronto in corso al Pdl", commenta il capogruppo del Pd in Commissione Ambiente al Senato Roberto Della Seta. "Pretendere di imporre il braccio destro di un politico all'interno di un ente che in quanto di vigilanza dovrebbe essere terzo ha avuto il suo peso, ma hanno influito anche vecchi dissapori, in particolare con l'ex ministro delle Attività Produttive Claudio Scajola, il grande sponsor del ritorno al nucleare".
Via libera invece dalle due Commissioni di Montecitorio alle nomine degli altri membri dell'Agenzia, l'oncologo Umberto Veronesi, il docente universitario Maurizio Cumo, l'ingegnere nucleare Marco Enrico Ricotti e il magistrato Stefano Dambruoso.
Il ministro Prestigiacomo minimizza: "L'impegno del governo sul nucleare non è in discussione e proseguirà con la stessa determinazione".
Secondo Della Seta le cose stanno in realtà diversamente. "A questo punto tutta la partita sull'atomo viene messa in una parentesi dalla quale potrebbe non uscire per molto, molto tempo. Il voto di oggi è quasi una pietra tombale. Completare la nomina dell'agenzia sarà impossibile prima di gennaio e a quel punto saremo entrati probabilmente in un film politico tutto nuovo", spiega ancora il senatore del Pd. "Del resto - aggiunge - gli entusiasmi per il nucleare all'interno della maggioranza si sono raffreddati da tempo: da un lato ci sono i costi proibitivi, dall'altro i sondaggi che dimostrano come la percentuale di contrari al ritorno dell'atomo è cresciuta proprio in questi anni di governo Berlusconi, arrivando a toccare quota 62%".
Petroliere a propulsione nucleare: L'ultima brillante idea degli strenui difensori del petrolio è realizzare navi petroliere a propulsione nucleare. A quanto pare il petrolio si appresta a diventare scarso e costoso se, al posto dei suoi derivati, diventa conveniente usare un reattore nucleare per trasportare il petrolio stesso da una parte all’altra del globo. Attualmente la propulsione nucleare è utilizzata soltanto da mezzi navali militari e da qualche rompighiaccio. Il Lloyd’s Register britannico, la società britannica di progettazione navale Bmt Nigel Gee, la società greca di trasporto marittimo Enterprises Shipping & Trading Sa e la statunitense Hyperion Power Generation hanno costituito un consorzio per valutare l’uso delle mini centrali nucleari nel trasporto marittimo. L’obiettivo è mettere a punto il progetto di massima di una petroliera nucleare e dettagliare i costi di costruzione, funzionamento e smantellamento.
Il comunicato stampa dice che vogliono ridurre le emissioni di anidride carbonica, il gas dell’effetto serra che entra nell’atmosfera in seguito all’uso dei combustibili fossili. L'obbiettivo è nobile, peccato che per raggiungerlo basterebbe imparare ad usare meno petrolio e mandare meno petroliere in giro per i mari. Da queste idee si evince chiaramente che vi è la volontà di prolungare la dipendenza dal petrolio. Ormai di petrolio che ne è sempre meno e gli estrattori sono costretti ad andarlo a prelevare in posti sempre più scomodi tipo nelle profondità dell’oceano, nell’Artico o nelle paludi. Ora pur di non usarlo per far muovere le petroliere si usano i reattori nucleari. A questo punto vieni da immaginare che questa follia non si fermerà nemmeno quando l'energia necessaria per estrarre il petrolio sarà maggiore di quella che questo stesso petrolio potrà produrre.
Che succede a Cancun?: Dopo il mezzo fallimento di Copenaghen ormai le conferenze sul clima non fanno più notizia. Infatti nel totale disinteresse il 29 novembre si è aperta ufficialmente la Conferenza UNFCCC di Cancun, a cominciare dalla sedicesima COP. Su più di 190 Paesi attesi solo 132 erano rappresentati alla cerimonia d'apertura. I negoziati si svolgeranno fino al 10 dicembre mentre a partire dal 7 dicembre i negoziatori saranno raggiunti dai ministri dell'Ambiente e/o dell'Energia del loro Paese. Da più parti queste discussioni vengono percepite come l'ultima spiaggia per riconquistare la fiducia verso il lungo e complesso processo di negoziato lanciato dall'Onu, diciotto anni fa, per trovare una risposta alla sfida del cambiamento climatico. "Forse la lezione più importante di Copenaghen è che non ci sono accordi miracolosi che risolvano il problema del cambiamento climatico", ha dichiarato il responsabile sul clima dell'Onu, Christianna Figueres. Ormai l'ambizione di Cancun è "porre le fondamenta di un'architettura efficace e di aiutare i più vulnerabili ad adattarsi agli impatti inevitabili del cambiamento climatico".
Le iniziative per poter definire il “Pacchetto Cancun”, come viene chiamato l’insieme di decisioni sui temi di climate finance, trasferimento tecnologico, salvaguardia delle foreste etc, sono varie. In primis è necessaria la creazione di un fondo globale per il clima: 30 miliardi di dollari entro il 2012 e almeno 100 miliardi all’anno entro il 2020. Le parti dovranno essere pronte ad affrontare il fatto che alcuni impatti climatici sono già irreversibili e che i Paesi e le comunità vulnerabili hanno il diritto di essere assistiti economicamente.
Il testo esistente del REDD (Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation, il sistema di riduzione delle emissioni causate da deforestazione e degrado forestale) dovrà essere ulteriormente rafforzato per l’istituzione di efficaci sistemi nazionali che garantiscano che sia avviata la protezione delle popolazioni indigene e della biodiversità, e che le cause della deforestazione siano affrontate sia dai paesi industrializzati sia da quelli in via di sviluppo.
I paesi dovranno adottare formalmente gli impegni per il taglio delle emissioni presi nell’ambito dell’Accordo di Copenaghen e concordare in quale modo effettuare la misurazione, rendicontazione e verifica di queste iniziative. Nella fase preparatoria di Cancun questo è stato oggetto di contrasti tra Usa e Cina. Secondo il Wwf e altri gruppi ambientalisti, gli Usa dovranno chiarire la loro volontà di impegnarsi per efficaci regole interno.
Brava Europa: L'Europa sarà anche il vecchio continente ma è il più verde di tutti. L'Europa a 27 ha superato il taglio delle emissioni serra previsto dal protocollo di Kyoto per il 2012 (l'8%). Non solo, ma raggiungerà anche, con anticipo ancora maggiore, il traguardo fissato per il 2020: meno 20 per cento di gas serra. La quantità di emissioni che moltiplicano uragani e alluvioni è infatti già scesa del 17%. Sono i dati contenuti nel rapporto "L'ambiente in Europa", uno studio che sintetizza cinque anni di lavoro dell'Agenzia europea per l'ambiente. Non è stato per la verità solo un percorso virtuoso. Jacqueline Mc Glade, la biologa che dirige l'Agenzia, ha ricordato il ruolo svolto dalla crisi economica nel facilitare la diminuzione degli inquinanti, ma ha assicurato che la ripresa non farà ripartire l'inquinamento: "Abbiamo avviato il meccanismo della green economy e i risultati già cominciano a vedersi". L'altra faccia della riduzione delle emissioni inquinanti è, infatti, lo slancio delle industrie verdi. L'Europa controlla il 30% del mercato globale della produzione green e il 50% delle attività di riciclo dei materiali ottenuti recuperando rifiuti. Nel 2008 l'eco-industria dell'UE ha fatturato 319 miliardi di euro, il 2,5% del Pil, e ha dato lavoro a 3,4 milioni di persone.
Nonostante gli sforzi dell'Europa purtroppo a livello globale le notizie sul cambiamento climatico non sono per niente buone: l'Ipcc, la task force di scienziati delle Nazioni Unite, ha fatto una proiezione in base alla quale le temperatura a fine secolo subiranno un aumento compreso tra 1,1 gradi e 6,4 gradi. "Osservazioni recenti fanno pensare che il ritmo di aumento delle emissioni di gas serra e i relativi impatti climatici si avvicineranno ai limiti superiori delle previsioni Ipcc", ammonisce la ricerca. Il rapporto fornisce l'ultima stima sul prezzo che abbiamo pagato per le ondate di calore che hanno colpito l'Europa dall'estate del 2003: 70 mila morti aggiuntivi. "Si stima un accrescimento del tasso di mortalità tra l'1 e il 4% per ogni grado di aumento della temperatura al di sopra di un certo livello. A partire dal 2020 si potrebbero superare le 25 mila vittime per anno, principalmente nelle regioni centrali e dell'Europa del Sud" ha concluso Jacqueline Mc Glade. "Nel Mediterraneo il numero di giornate sopra i 40 gradi potrebbe raddoppiare, i ghiacciai alpini sparire nell'arco del secolo e la mancanza d'acqua costringere a scegliere tra bere e innaffiare. Ma non è uno scenario già scritto. Abbiamo ancora uno spazio, sia pure estremamente ridotto, per intervenire. Se riusciremo a scrollarci di dosso l'inerzia che ha rallentato i cambiamenti economici necessari potremo fare molto. Una parte dei danni è inevitabile perché i gas serra che li produrranno viaggiano già in atmosfera, ma il disastro può ancora essere evitato chiudendo il rubinetto dell'inquinamento".
3/12/10
Cosimo Biliotti
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