Ogni volta che beviamo un bicchiere di vino consumiamo centoventi litri d’acqua. Se mangiamo un uovo, centotrentacinque litri. Per indossare una maglietta di cotone ne abbiamo utilizzati due mila. E se per pranzo ordiniamo un hamburger da centocinquanta grammi, dobbiamo sapere che è «costato » duemilaquattrocento litri. Possibile? La risposta può essere intuitiva. Basta pensare a quanta acqua è servita per irrigare la vite, per far crescere la gallina, per coltivare il cotone e per sfamare e dissetare un manzo macellato all’età di tre anni.
Il consumo medio italiano di acqua si attesta sui duecentocinquanta litri al giorno pro-capite. Ci sono differenze rilevanti da regione a regione: per l'acqua immessa si va dai quattrocentonovasette litri al giorno della Valle d'Aosta ai ducentosettantasette dell'Umbria; per l'acqua erogata il maggior quantitativo e' della provincia di Trento con trecentoquarantotto litri, il minimo della Puglia con centosettantaquattro litri.
Nel 2008, riferisce l'Istat, il prelievo di acqua a uso potabile ammonta, a livello nazionale, a 9,1 miliardi di metri cubi (piu' 1,7% rispetto al 2005 e piu' 2,6% rispetto al 2006); aumenti significativi si registrano nelle regioni del nord-est e del centro, mentre altrove si osservano riduzioni dovute alla carenza di precipitazioni. Nel 2008 il 32,2% dell'acqua prelevata e' stata sottoposta a trattamenti di potabilizzazione, la quota varia in base alle caratteristiche idrogeologiche del territorio. Le regioni con la maggior quota di potabilizzazione di acqua sono la Sardegna con l'89,2%, la Basilicata con l'80,5%, la Liguria con il 55,6% e l'Emilia-Romagna con il 53,7%. I livelli piu' bassi si osservano nel Lazio con il 2,9%, in Molise con l'8,9% e in Campania con il 9,1%.
Il Wwf elenca una serie di interventi per ridurre la nostra «impronta» sul pianeta. Primo: lavorare sulla produttività dell’acqua per uso agricolo. Senza colpevolizzare i coltivatori sappiamo che il miglioramento delle tecnologie per l’irrigazione e la raccolta dell’acqua nei campi è una leva fondamentale per contenere l’uso e lo spreco. Una cultura diffusa della buona alimentazione può incidere in maniera altrettanto massiccia, ad esempio riducendo i consumi di carne. Oltre ai «peccati» di produttori e consumatori, l’Italia paga una grave arretratezza dal punto di vista delle leggi. La direttiva della Comunità europea sull’acqua risale al 2000: è stata recepita, ma non ancora attuata. Non esiste così una legislazione che regoli la domanda, l’offerta e la gestione dell’acqua. Conclude il Wwf: «Se chiediamo sforzi a chi produce e a chi consuma, dobbiamo pretendere che ci sia anche una sorta di "carta costituzionale" che tuteli l’acqua come bene pubblico».
Elena Saccomanni
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